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	<title>Nucleo di ricerca evoluzione cerebrale e paleoneurologia</title>
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		<title>Due dita di fronte</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 23:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Evoluzione Cerebrale]]></category>
		<category><![CDATA[Neuroanatomia]]></category>
		<category><![CDATA[lobi frontali]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nuova rielaborazione statistica di dati su encefalizzazione e volumi cerebrali evidenzia come la nostra specie ha una dimensione delle aree frontali prevista in accordo alle regole di scala dei primati. Il risultato viene preso come ulteriore indicazione sulla mancanza di cambi specifici delle aree frontali nell’evoluzione cerebrale di Homo sapiens. Per un secolo libri [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2539&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.artofmarkbryan.com/"><img class="alignleft size-full wp-image-2540" alt="Mark Bryan 2008" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/05/mark-bryan-2008.jpg?w=497"   /></a>Una nuova rielaborazione statistica di dati su <a href="http://www.pnas.org/content/early/2013/05/08/1215723110.abstract?sid=b9e866a2-5ec8-4fb2-9c86-654de6469d6c" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>encefalizzazione e volumi cerebrali</strong></span></a> evidenzia come la nostra specie ha una dimensione delle aree frontali prevista in accordo alle regole di scala dei primati. Il risultato viene preso come ulteriore indicazione sulla mancanza di cambi specifici delle aree frontali nell’evoluzione cerebrale di <em>Homo sapiens</em>. Per un secolo libri e riviste, di settore come di divulgazione, hanno affermato che le aree frontali erano altamente specializzate nell’uomo moderno, e che le evidenze evoluzionistiche fornivano una prova incondizionata di questo cambio. Essendo aree associate a funzioni complesse come linguaggio o senso morale, doveva essere così. E si dava tanto per dovuto che le affermazioni non erano mai seguite da fonti, dati, o citazioni dell’evidenza che, di fatto, non c&#8217;era. Poi sono andati a misurare, solo una decina di anni fa, e si sono accorti che questi lobi frontali avevano una dimensione proporzionale alle dimensioni del cervello, attesa secondo gli schemi comuni a tutti i primati. Grandi si, ma perché tutto il cervello era più grande. Cercando e ricercando allora si è trovato che però quello che era aumentato al di fuori degli schemi erano le connessioni neurali. Ovvero lobi frontali di una dimensione non inaspettata per le dimensioni del cervello, ma molto più collegati. Questa nuova rivisitazione dei dati volumetrici pone in dubbio anche questa seconda chance. Sembrerebbe infatti che nei lobi frontali umani nessuna caratteristica volumetrica, nemmeno il grado di connettività, salti statisticamente al di fuori dei valori attesi per gli altri primati. Personalmente trovo utile arginare un secolo di affermazioni eclatanti (e senza nessuna prova) con dei dati quantitativi. A questo punto possiamo affermare che, se ci sono differenze nei nostri lobi frontali, non sono affatto evidenti. Certo, nemmeno bisogna adesso esagerare nel senso opposto, prendendo per buona l’assenza dell&#8217;evidenza. Il fatto che non ci siano differenze nei volumi non vuol dire che non ci possano essere differenze che non sono di natura dimensionale, come per esempio nella biochimica e nella fisiologia. E anche a livello morfologico, il fatto che non si trovino differenze chiare a livello di volumi neurali non vuol dire che non ce ne siano di più sottili e ben nascoste. Inoltre, anche se il volume dei nostri lobi frontali è quello atteso per la nostra capacità cerebrale, ciò non toglie che siano tre volte più grandi, in termini assoluti, di quelli di una scimmia antropomorfa. E questo potrebbe comunque ben avere la sua rilevanza. Infine, se un valore non passa una soglia statistica non vuol dire che per questo non abbia una importanza biologica. Di fatto in questa analisi i livelli di connettività dell’uomo sono comunque molto maggiori dell’atteso, anche se non fanno breccia nella significatività del calcolo probabilistico. Tra le attenzioni che bisogna avere leggendo questi risultati faccio notare due caratteristiche. La prima, più leggera, rimonta alle dinamiche deprecabili delle riviste scientifiche. Il lavoro è pubblicato su PNAS, dove non è infrequente trovare editori di una articolo che sono allo stesso tempo autori o tutori degli autori dello stesso lavoro. In questo caso il tema è più sottile: l’articolo in questione da forza alla tesi di un altro autore, che è &#8230;  l’editore! Il secondo punto è più preoccupante: sebbene nell’articolo si parla continuamente di evoluzione della forma cerebrale, evoluzione delle dimensioni cerebrali, e evoluzione delle aree frontali, non viene citato nemmeno un dato paleontologico. Semplicemente, i dati paleontologici su forma e dimensione dell’encefalo e dei lobi frontali nell’evoluzione degli ominidi vengono omessi, ignorati. Come se non fosse stato mai pubblicato nulla sull’argomento. La letteratura paleontologica e paleoneurologica non viene ancora ammessa alla supposta tavola alta dell’evoluzione. Anche se in questo caso la falla è particolarmente evidente (tanto da divenire ridicola) è questa una posizione purtroppo comunemente assunta e abbastanza ricorrente nella maggior parte dei settori neurobiologici. La cosa è ancora più goffa considerando che, a livello biometrico, le neuroscienze sono ancora molto radicate in metodi statistici di base, molto semplici e scarsamente potenti, fondati soprattutto su misure di dimensione, mentre l’antropologia, la paleontologia, e la primatologia stanno da tempo utilizzando tecniche di analisi e di modellizzazione anatomica molto più complesse e sofisticate. A volte sembra che alla tavola alta si stiano litigando le briciole, senza accorgersi che la parte prelibata del banchetto è finita sotto la sedia.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2539/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2539/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2539&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Menti senza contenuto</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 10:17:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>D Garofoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia della Mente]]></category>

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		<description><![CDATA[Radicalizing enactivism, il nuovo libro di Daniel Hutto ed Erik Myin, é una delle cose piú radicali che io abbia mai letto nell´ambito delle scienze cognitive. Certamente non una facile lettura per i non addetti ai lavori, ma questo sembra essere giustificato dalla difficoltá per cosí dire epica della tesi che gli autori cercano di [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2523&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em><a href="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/04/gis.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2527" alt="GIS" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/04/gis.jpg?w=215&#038;h=383" width="215" height="383" /></a>Radicalizing enactivism</em>, il nuovo <strong><a href="http://www.amazon.com/Radicalizing-Enactivism-Basic-without-Content/dp/0262018543">libro </a></strong>di Daniel Hutto ed Erik Myin, é una delle cose piú radicali che io abbia mai letto nell´ambito delle scienze cognitive. Certamente non una facile lettura per i non addetti ai lavori, ma questo sembra essere giustificato dalla difficoltá per cosí dire epica della tesi che gli autori cercano di difendere. A differenza del <strong><a href="http://neuroantropologia.wordpress.com/2012/10/20/embodiment-radicale/">libro </a></strong>di Tony Chemero, questa volta in <em>pars destruens</em> il testo si propone di minare le fondamenta del modello classico delle scienze cognitive (CIC), sostenendo che tale approccio sia afflitto da un problema insormontabile e cioé quello del contenuto.  Dal momento che covariazione non implica contenuto, il fatto che uno stato fisico nell´ambiente esterno covari con uno stato mentale non significa che tale stato abbia contenuto, dove per contenuto si intende l´esistenza di condizioni di verificabilitá dello stesso stato. Nei modelli classici si presuppone che l´informazione raccolta all´esterno funzioni come una sorta di simbolo che rappresenta una certa condizione nella realtá. Come queste rappresentazioni vengano formate a partire dall´informazione non é dato sapere. Ció che appare chiaro nel libro é che il passaggio da covariazione a contenuto richiede costi notevoli per i CICers, come ad esempio l´esistenza di entitá mentali come i qualia, che servono a dare contenuto alla percezione. Un conto che alla fine i sostenitori del CIC sembrano non poter pagare. Gli autori cosí argomentano che la percezione non debba essere pensata in forma di rappresentazioni mentali nella testa, ma che sia situata direttamente nel mondo esterno. Allo stesso modo, forme di controllo dell´azione avverrebbero senza manipolazione di rappresentazioni mentali, ma come parte di sistemi dinamici direttamente associati con l´ambiente. La mente é cosí dipinta come un <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Centrifugal_governor">controllore centrifugo</a></strong> di Watt e non come computer che manipola simboli: eccoci dunque alla tesi centrale dell´embodiment radicale (REC). In <em>pars construens</em> gli autori introducono cosí il concetto di mente basilare, priva cioé di rappresentazioni e contenuto, ma nel contempo capace di svolgere sofisticate attivitá cognitive. A questa mente, si associa poi negli esseri umani una ulteriore struttura mentale costituita dal linguaggio e culturalmente situata, capace dunque di acquisire rappresentazioni mentali e dare contenuto alla forma di base che ne é sprovvista grazie a questi nuovi strumenti. Ci troviamo ora con il problema del contenuto risolto, senza tuttavia necessitá di eliminare fenomeni cognitivi di sana pianta per salvarci, né, al contrario, con la necessitá di aggiungere entitá con alti costi metafisici (come i qualia) per giustificare il funzionamento di aspetti mentali come la percezione. Resta tuttavia il problema della &#8220;zona grigia&#8221;, e cioé la spiegazione dei fenomeni cognitivi che si trovano compresi tra il linguaggio e le dinamiche basilari di azione e percezione. Ad esempio, REC dovrebbe spiegare quelle forme di ragionamento non linguistico di cui antropomorfe o infanti prelinguistici sono capaci, senza tuttavia far riferimento a rappresentazioni mentali e contenuto, né, ovviamente, al linguaggio. Chiaramente il problema si complica quando il record archeologico mostra l´esistenza di artefatti litici asssociati a specie di ominidi che molto plausibilmente erano sprovvisti di abilitá linguistiche, ma apparentemente capaci di programmare piani comportamentali a lungo termine. Una sfida notevole per i nostri RECers preferiti. Ma diamo loro fiducia.</p>
<p style="text-align:right;"><em>D Garofoli</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2523/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2523/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2523&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>In-co-scienza</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 08:50:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Epistemologia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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		<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[La teoria: la scienza deve essere libera, indipendente, e finalizzata alla conoscenza e al progresso culturale. Ecco lo stato attuale, al principio del ventunesimo secolo, nella società occidentale: 1. Le università non cercano studenti ma clienti. I Dipartimenti incassano quattrini proporzionalmente al numero di studenti, e spesso anche gli stessi docenti sono pagati in base [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2448&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Good_Night,_and_Good_Luck."><img class="alignleft size-full wp-image-2449" alt="Please do not science" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/04/please-do-not-science.jpg?w=497"   /></a>La teoria: la scienza deve essere libera, indipendente, e finalizzata alla conoscenza e al progresso culturale. Ecco lo stato attuale, al principio del ventunesimo secolo, nella società occidentale:</p>
<p style="text-align:justify;">1. <strong>Le università</strong> non cercano studenti ma clienti. I Dipartimenti incassano quattrini proporzionalmente al numero di studenti, e spesso anche gli stessi docenti sono pagati in base al numero di iscritti al loro corso. Lo studente decide direttamente o indirettamente i contenuti e la forma dell’insegnamento. Lo studente deve sentirsi a suo agio, perché è il cliente che paga. Lo studente deve sentirsi soddisfatto, qualunque sia il suo obiettivo, qualunque sia la sua unità di misura, e le sue capacità di considerazione. Lo studente giudica il docente, e non il contrario. E il pollice verso non è buon segno.</p>
<p style="text-align:justify;">2. <strong>Le istituzioni</strong> sono interessate soprattutto ad una specifica ricerca: quella dei fondi. Il risultato scientifico è generalmente secondario. L’importante è far entrare fondi, per poter mettere in cassa le percentuali di gestione. Le ricerche a basso costo non interessano, quelle a costo zero sono praticamente proibite. La ricerca è valutata soprattutto in funzione dei suoi costi, e se non costa nulla non ha valore, almeno agli occhi dei gestori e del sistema di valutazione istituzionale. Il valore del ricercatore è proporzionale ai fondi apportati e consumati, e solo secondariamente ai risultati ottenuti con quei fondi. In una sorta di capitalismo scientifico, quando più si spende quanto più (almeno in teoria)  si guadagna. Il sistema amministrativo ha generato questo processo di marketing della scienza, ma i ricercatori lo hanno avallato, accettando di trasformarsi in manager.</p>
<p style="text-align:justify;">3. <strong>Le riviste</strong>, invece di pagare l’autore, lo fanno pagare. E’ un raro caso in cui il lavoratore paga per il suo lavoro. Anche in questo caso, l’autore non è più autore ma cliente. L&#8217;autore paga la pubblicazione del suo articolo, ovvero compra l&#8217;accettazione del suo lavoro. Se il lavoro non viene accettato e pubblicato, il cliente non paga. Il cliente deve avere sempre ragione. I costi di gestione on-line sono estremamente bassi, e stanno fiorendo dal nulla centinaia di riviste &#8220;scientifiche&#8221; che per qualche dollaro in più pubblicano qualsiasi cosa. Le poche riviste di prestigio sono in mano ai soliti noti, cerchie editoriali accademiche che filtrano gli accessi al giro in base alle geopolitiche di sempre, adesso ulteriormente ampliate su scala internazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">4. <strong>I mass-media</strong> sono a caccia di scoop, non di contenuti. L’informazione viaggia veloce e distratta. I contenuti tecnici e approfonditi, ampiamente ammessi e permessi in campi come l’economia o la giurisprudenza (il <em>latinorum</em> di Don Abbondio &#8230;), sono banditi dalla divulgazione scientifica, che invece deve essere superficiale e sensazionalistica per potersi vendere ad un pubblico sempre più annoiato e con una capacità di attenzione minima. Quando la comunicazione scientifica non segue il filone sensazionalista, vuol dire allora che segue quello di promozione istituzionale, finalizzato (su richiesta diretta o indiretta) ad avallare o a rimproverare qualche investimento non andato come si sperava.</p>
<p style="text-align:justify;">5. I settori teorici della scienza, non dovendo necessariamente presentare un prodotto finito alla società, considerando tutti i punti precedenti sono abbandonati ad una deriva generalizzata e incontrollabile, in pieno saccheggio culturale, scoordinato e improvvisato, a caccia selvaggia di clienti e di notizie lampo. I settori applicati sono strettamente vincolati a multinazionali e imprese di servizi. La recente crisi economica crea una giustificazione sfacciata per i progetti di marketing scientifico, e gli amministratori si sentono adesso ampiamente autorizzati a forgiare la ricerca su basi economicamente produttive. Chi si oppone a questo processo viene isolato.</p>
<p style="text-align:justify;">Devo necessariamente concludere con una nota sull&#8217;interpretazione di questi commenti. Tutto questo non vuole essere ovviamente un attacco o una critica alla scienza o alla ricerca. Semmai, ai ricercatori e alle istituzioni coinvolte. Sono un ricercatore, e credo fermamente nella ricerca e nel metodo scientifico. Lo scopo di queste critiche non è quello di screditare la ricerca, ma di denunciare una serie di processi che la stanno degradando. Proprio perché credo così tanto nella ricerca e nella scienza, penso che sia necessario non negare le evidenze, ma al contrario raccontare a chi sta fuori quelle corruzioni che la stanno contaminando da dentro. Spesso si evita di attaccare la propria comunità, per comodità o per interessi personali. Ma far finta di non vedere le crepe immense che si stanno creando, o addirittura negare la loro esistenza, vuol dire solo contribuire al processo di degrado, aspettando silenziosi e consapevoli il crollo.</p>
<p style="text-align:justify;">Buonanotte, e buona fortuna.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2448/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2448&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Prospettive neandertaliane</title>
		<link>http://neuroantropologia.wordpress.com/2013/03/14/prospettive-neandertaliane/</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2013 15:53:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Evoluzione Cerebrale]]></category>
		<category><![CDATA[Neuroanatomia]]></category>
		<category><![CDATA[Paleoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[lobi occipitali]]></category>
		<category><![CDATA[Neandertal]]></category>
		<category><![CDATA[orbite]]></category>

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		<description><![CDATA[La paleoneurologia cerca di interpretare l’evoluzione cerebrale in funzione delle geometrie che nascono dalla relazione tra cranio e encefalo. C’è però anche un’altra opzione, che apre a nuove possibilità di ricerca. Eiluned Pearce e colleghi trovano una correlazione molto forte nei primati tra dimensione dell’orbita e dimensione della corteccia visiva. Fatte le debite alchimie morfometriche, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2416&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://neuroantropologia.wordpress.com/2012/07/17/occhio-al-cranio/"><img class="alignleft size-full wp-image-2417" alt="Brain and Orbit (EBruner)" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/03/2013_03_prospettive-ebruner.jpg?w=497"   /></a>La paleoneurologia cerca di interpretare l’evoluzione cerebrale in funzione delle geometrie che nascono dalla relazione tra cranio e encefalo. C’è però anche un’altra opzione, che apre a nuove possibilità di ricerca. <a href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/280/1758/20130168.abstract" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Eiluned Pearce e colleghi</strong></span></a> trovano una correlazione molto forte nei primati tra dimensione dell’orbita e dimensione della corteccia visiva. Fatte le debite alchimie morfometriche, stimano la proporzione di corteccia visiva nei Neandertaliani, con risultati piuttosto consistenti e senza troppe pennellate innecessarie. Ebbene, sembrerebbe che lo spazio dedicato alla visione in questo gruppo estinto fosse maggiore che nell’uomo moderno, che invece ha fatto la scelta opposta: ampliare le aree parietali a scapito di quelle occipitali. Da un lato quindi c’è il risultato evolutivo, che propone una differente organizzazione cerebrale tra uomini moderni e neandertaliani. In questo caso è bene ricordare che linee filetiche indipendenti possono attraversare percorsi di cambio differenti, potenziando o al contrario depotenziando <a href="http://neuroantropologia.wordpress.com/2012/10/11/altrementi/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>distinte capacità cognitive</strong></span></a> in funzione delle possibilità e delle necessità comportamentali. In secondo luogo c’è la proposta metodologica: stimare inferenze su componenti neurali impossibili da valutare in termini di anatomia endocraniale, ma tradite da una forte correlazione con altri elementi non-neurali. Nel caso specifico due cautele sono necessarie. Primo, la cabala metrica per cercare di contenere tutti i fattori è dovuta, ma rappresenta un rischio per le numerose assunzioni e inferenze che necessita. Secondo, sappiamo che nelle forme moderne e in quelle neandertaliane le orbite finiscono proprio sotto le aree prefrontali, con <a href="http://neuroantropologia.wordpress.com/2012/07/17/occhio-al-cranio/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>vincoli</strong></span></a> conseguenti che magari rendono modelli di correlazione con altre specie non troppo sicuri. Lo studio è elegante e bilanciato, la proposta metodologica è abbastanza illuminante, e i risultati si sposano bene con le informazioni che si stanno poco a poco immagazzinando su questi argomenti. Come valore aggiunto, gli autori usano queste stime sulle proporzioni cerebrali anche per inferenze cognitive, riferendosi per esempio alle correlazioni tra encefalizzazione e dimensione dei gruppi sociali.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;articolo sta già facendo dibattere gridando allerte sulla &#8220;paleo-frenologia&#8221;. Evidentemente non di questo si tratta. Una correlazione è una correlazione. Sebbene si possa entrare in dettaglio nell&#8217;analisi e nella discussione dei metodi e delle assunzioni, bisogna però riconoscere che il dato resta: la teoria può o non può spiegare la correlazione, ma se la correlazione c’è il risultato dell&#8217;inferenza è interessante, e non sembra saggio scartarlo a priori. E&#8217; strano come ipotesi lineari e superficiali passino spesso il filtro della critica e dell&#8217;accettazione, mentre ipotesi complesse siano sottoposte al vaglio millimetrico e spietato della controversia. Uno studio come questo genera diffidenza, in una società che invece accetta inferenze su capacità cognitive basate su una sola molecola o su singolo gene &#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Un commento sul <a href="http://phenomena.nationalgeographic.com/2013/03/13/from-neanderthal-skull-to-neanderthal-brain/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>National Geographic</strong></span></a>.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2416/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2416/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2416&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Neurospot: Pandora</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Mar 2013 10:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neurospot]]></category>
		<category><![CDATA[Paleoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[calchi endocra]]></category>
		<category><![CDATA[paleoneurologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Christoph Zollikofer e Marcia Ponce de León hanno pubblicato una review su evoluzione cerebrale e calchi endocranici : Pandora’s Growing Box. Il lavoro è sicuramente una fonte per chi si occupa di questo settore. I temi associati a encefalizzazione e volumi cerebrali sono particolarmente presi in considerazione, cosí come alcuni aspetti sull’evoluzione del cranio negli [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2439&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.aim.uzh.ch/morpho/wiki/People/Zolli"><img class="alignleft size-full wp-image-2443" alt="Endocast (CPZollikofer)" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/03/endocast_cpzollikofer.jpg?w=497"   /></a>Christoph Zollikofer e Marcia Ponce de León hanno pubblicato una review su evoluzione cerebrale e calchi endocranici : <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/evan.21333/abstract" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Pandora’s Growing Box</strong></span></a>. Il lavoro è sicuramente una fonte per chi si occupa di questo settore. I temi associati a encefalizzazione e volumi cerebrali sono particolarmente presi in considerazione, cosí come alcuni aspetti sull’evoluzione del cranio negli ominidi e le informazioni comparate della neuroscienza. Paradossalmente forse la parte meno presente è propio quella sulla forma cerebrale, sulla geometria e sulle proporzioni dell’anatomia dell’endocranio.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2439/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2439/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2439&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Endocast (CPZollikofer)</media:title>
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		<title>Potenziamento emotivo</title>
		<link>http://neuroantropologia.wordpress.com/2013/03/06/potenziamento-emotivo/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 12:40:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>D Garofoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa su American Journal of Bioethics &#8211; Neuroscience,  é uscito un paper a firma di Scott Vrecko, che tratta un tema cruciale per quanto riguarda il dibattito sul potenziamento umano. In questo lavoro, Vrecko si chiede quanto realmente l´uso di farmaci vada ad agire sulla componente cognitiva della mente umana. Un potenziamento cognitivo implica [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2405&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/03/mh.jpg"><img class="size-full wp-image-2408 alignleft" alt="mh" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/03/mh.jpg?w=497"   /></a>Qualche tempo fa su American Journal of Bioethics &#8211; Neuroscience,  é uscito un <strong><a href="http://www.bioethics.net/articles/just-how-cognitive-is-cognitive-enhancement-on-the-significance-of-emotions-in-university-students-experiences-with-study-drugs/">paper </a></strong>a firma di Scott Vrecko, che tratta un tema cruciale per quanto riguarda il dibattito sul potenziamento umano. In questo lavoro, Vrecko si chiede quanto realmente l´uso di farmaci vada ad agire sulla componente cognitiva della mente umana. Un potenziamento cognitivo implica dunque che gli psicostimolanti vadano ad incrementare le performance di funzioni cognitive, come ad esempio la working memory nelle sue componenti di integrazione, o nella capacitá dei depositi di incamerare informazioni. Mediante una serie di interviste effettuate su studenti fruitori di farmaci di questo tipo allo scopo di migliorare le loro performance accademiche (Adderall in particolare), Vrecko mostra tuttavia che l´uso di queste sostanze non sembra essere associato ad un effettivo potenziamento delle proprietá cognitive in quanto tali. Al contrario, gli studenti riportano che la sensazione di miglioramento data dai farmaci é legata ad una maggiore sensazione di gratificazione che si ha nel rimanere seduti alla propria scrivania, concentrati sul proprio compito, rispetto a condizioni di non-potenziamento. In virtú di ció, ad essere incrementato diventa l´interesse per ció che si fa, piuttosto che le capacitá effettive richieste nello svolgere il compito. Vrecko conclude che l´<em>enhancement</em> é dunque prodotto in buona parte sul fronte emotivo, piuttosto che meramente cognitivo. Ció naturalmente pone implicazioni bioetiche differenti per quanto riguarda il dibattito sul potenziamento. Nel commentario al paper, con il gruppo di neuroetica dell´universitá di Tübingen abbiamo mosso una <strong><a href="http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/21507740.2012.748704">critica </a></strong>al lavoro di Vrecko, articolata in tre punti. In virtú dei contenuti trattati in questo post, mi limito a prendere in considerazione soltanto il primo. Secondo la nostra analisi, la proposta avanzata da Vrecko é problematica, in quanto le interviste degli studenti da lui riportate non dimostrano effettivamente che il potenziamento riguardi la sfera emozionale. Al contrario, i farmaci sembrerebbero agire su quella che é una terza dimensione della psiche umana: la sfera <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Conation">conativa </a></strong>o motivazionale, lasciando la componente emotiva su un piano secondario. Anche se gli studenti riferiscono infatti che i farmaci consentono loro di &#8220;provare sensazioni&#8221; diverse quando posti di fronte al loro compito, questa dimensione linguistica non é sufficiente a rivelare che la sfera coinvolta sia quella emotiva. Si potrebbe dunque concludere che il potenziamento (uso di Adderall) agisca effettivamente sulle proprietá cognitive, ma che lo faccia aumentandone il mantenimento e la durata (quantitá), piuttosto che modificarne l´efficacia (qualitá). In tutti i casi, il punto sollevato da Vrecko, e cioé il fatto che la componente cognitiva/qualitativa del potenziamento umano sia sovrastimata nel dibattito bioetico, rimane valido.</p>
<p style="text-align:right;"><em>D Garofoli</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2405/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2405/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2405&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Evoneuro</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2013 11:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Evoluzione Cerebrale]]></category>
		<category><![CDATA[Neuroanatomia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[demenza]]></category>
		<category><![CDATA[lobi parietali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il morbo di Alzheimer rappresenta forse la patologia più preoccupante del nostro invecchiamento, per le drammatiche conseguenze che devastano le persone che ne sono colpite così come devastano le loro famiglie e le loro vite. Il processo neurodegenerativo si porta via l’individuo, lasciandone una carcassa senza più luce negli occhi. La persona è gradualmente sostituita [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2389&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://rantingsofaloon.wordpress.com/2011/04/25/silent-death-alzheimers-disease-story-1988/"><img class="alignleft size-full wp-image-2390" alt="2013_03_Evoneuro (EBruner)" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/02/2013_03_evoneuro-ebruner.jpg?w=497"   /></a>Il morbo di Alzheimer rappresenta forse la patologia più preoccupante del nostro invecchiamento, per le drammatiche conseguenze che devastano le persone che ne sono colpite così come devastano le loro famiglie e le loro vite. Il processo neurodegenerativo si porta via l’individuo, lasciandone una carcassa senza più luce negli occhi. La persona è gradualmente sostituita da un oggetto che ne ha le sembianze ma non più la dignità. Il dramma umano e il tremendo annullamento portano con se anche un terribile senso di impotenza, perché ancora non abbiamo idea delle cause e tanto meno dei fattori che scatenano la devastazione. Il morbo di Alzheimer è descritto e frequente solo nella nostra specie. Una specie che si caratterizza a livello di organizzazione cerebrale per un cambio geometrico delle aree parietali profonde (solco intraparietale, precuneo, etc), e un aumento della vascolarizzazione delle zone limitrofe. Le stesse aree sono quelle che soffrono un difetto metabolico nelle prime fasi del morbo di Alzheimer. Se uno considera la specificità della patologia per la nostra specie e proprio per quelle aree corticali che nella nostra specie hanno subito una forte riorganizzazione funzionale, bisogna seriamente valutare la possibilità che la neurodegenerazione sia associata ad una maggiore sensibilità e carica metabolica dovuta al cambio evoluzionistico e all’origine dell’uomo anatomicamente moderno. L&#8217;ipotesi l&#8217;abbiamo appena pubblicata sul <a href="http://iospress.metapress.com/content/d30n374627670384/?p=f513fd2c133c46a687bff801ad382679&amp;pi=2" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Journal of Alzheimer&#8217;s Disease</strong></span></a>.  Recentemente, un’altra ipotesi in pubblicazione sul <a href="http://www.isita-org.com/jass/Contents/ContentsVol91.htm" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Journal of Anthropological Science</strong></span></a> ha associato la stessa patologia a difetti energetici dovuti alla ritenzione di caratteri giovanili (eterocronia e neotenia) nella nostra specie. Un approccio evoluzionistico non cura il morbo di Alzheimer, e soprattutto non restituisce la serenità a tutti coloro che hanno visto una persona amata svuotarsi giorno dopo giorno fino a scomparire dentro di un corpo ormai abbandonato e alla deriva. Ma può fornire una prospettiva differente, per cercare di capire, e tentare di avvicinarsi al problema da un cammino alternativo: non dal presente della malattia, ma dal suo passato.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2389/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2389/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2389&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Paleovuoto</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 10:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[estinzione]]></category>
		<category><![CDATA[Neandertal]]></category>
		<category><![CDATA[penisola iberica]]></category>
		<category><![CDATA[radiocarbonio]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ inferenza relativamente condivisa e plausibile che gli ultimi Neandertaliani abbiano abitato la penisola iberica, per poi estinguersi con l’arrivo delle popolazioni moderne. Secondo un canone di progressismo catto-evolutivo che non ci vogliamo togliere di dosso l’inferenza a seguire (in questo caso già in totale assenza di evidenze e spensieratamente basata su preconcetti) è che [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2377&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.stefan-aufdermaur.ch/"><img class="alignleft size-full wp-image-2378" alt="Stefan Auf Der Maur - Neanderthal" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/02/stefan-auf-der-maur-2012.jpg?w=497"   /></a>E’ inferenza relativamente condivisa e plausibile che gli ultimi Neandertaliani abbiano abitato la penisola iberica, per poi estinguersi con l’arrivo delle popolazioni moderne. Secondo un canone di progressismo catto-evolutivo che non ci vogliamo togliere di dosso l’inferenza a seguire (in questo caso già in totale assenza di evidenze e spensieratamente basata su preconcetti) è che la creatura primitiva non abbia retto il confronto con la creatura superiore. Le alternative ci sono e non sono mai state nascoste, anche se essendo meno attrattive per una buona sceneggiatura non vengono sponsorizzate eccessivamente dai media e dagli accademici in cerca di un buon primo piano. E l’alternativa più scontata è che i Neandertaliani si siano estinti per conto loro, lasciando alle popolazioni moderne terre libere da colonizzare. Tra le cause di estinzione “indipendente” ci sono problemi nel modello biologico (per esempio nell’estrema encefalizzazione con conseguenze collaterali sui modelli di crescita e sviluppo), limiti genetici, o inadeguatezza della struttura sociale a fronte dei cambi climatici. Hanno appena pubblicato una rivalutazione delle <a href="http://www.pnas.org/content/early/2013/01/29/1207656110.abstract?sid=1401682e-c709-4b64-8944-d37bc0d0dbc4" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>datazioni con radiocarbonio</strong></span></a> nella penisola iberica, considerando i possibili effetti contaminanti di questo tipo di analisi, che in genere ringiovaniscono i campioni. E a questo punto c’è il dubbio che gli ultimi Neandertaliani iberici non siano poi così recenti. Se le date sono davvero più antiche di quello che si pensa, e se no ci sono difetti del registro fossile, c’è la possibilità che tra l’estinzione Neandertaliana e il popolamento moderno ci sia stato un momento di vuoto umano, o perlomeno di transizione demograficamente floscia. Se così fosse, evidentemente il tema della competizione tra le due specie va ulteriormente rivisto.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p style="text-align:justify;">Ringrazio Joseba Rios Garaizar per la discussione su questo articolo. L&#8217;immagine del post è un ritratto di <a href="http://www.stefan-aufdermaur.ch/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Stefan Auf der Maur</strong></span></a>, che recentemente ha pubblicato una serie di dipinti su uomini moderni e neandertaliani, sul loro incontro, e sulle loro analogie. Il lavoro è stato presentato da Marcia Ponce de León e Christoph Zollikofer.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2377/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2377/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2377&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Stefan Auf Der Maur - Neanderthal</media:title>
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		<title>Epifanie</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 07:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>D Garofoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Off topic necessario. Durante il mio recente tour natalizio in Italia ho avuto modo di parlare con diverse persone, ad oggi tutte laureate nelle piú varie facoltá universitarie e di recente approdate, come programma a lungo termine voleva, nel mondo del lavoro. Ingegneri, economisti, biologi, farmacisti, giuristi, scienziati politici e compagnia cantante, tutti messi di [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2364&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/01/ls11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2369" alt="ls1" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/01/ls11.jpg?w=497&#038;h=204" width="497" height="204" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Off topic necessario. Durante il mio recente tour natalizio in Italia ho avuto modo di parlare con diverse persone, ad oggi tutte laureate nelle piú varie facoltá universitarie e di recente approdate, come programma a lungo termine voleva, nel mondo del lavoro. Ingegneri, economisti, biologi, farmacisti, giuristi, scienziati politici e compagnia cantante, tutti messi di fronte ad un drink e alla fatidica domanda &#8220;ma tu, nella vita, che cosa fai?. Il risultato di questa curiosa serie di &#8220;interviste&#8221; consolida quello che fino a ieri era per me un sospetto e che ad oggi sempre piú assume la forma di una certezza. La maggior parte delle persone con cui ho parlato ad oggi svolge lavori il cui collegamento con il proprio bagaglio di competenze e conoscenze é solo marginale. Per capirci: farmacologi che fanno i burocrati per qualche dipartimento pubblico, giuristi e sociologi che fanno i giornalisti, biologi che fanno gli informatori del farmaco, economisti che vendono pensioni integrative, ingegneri che fanno statistiche in banca, e cosí via. La domanda cruciale che emerge da tutto ció é naturalmente ovvia: serve realmente una laurea per fare questi lavori? Serve realmente sostenere una mole notevole di esami di analisi, calcolo, fisica, per poi fare statistiche per una compagnia, ad esempio? Serve davvero conoscere nel dettaglio i meccanismi di interazione molecolare tra recettori e farmaci per promuovere la vendita di un medicinale? Questi esempi, seppur triviali, danno l´impressione che il sistema accademico italiano (ma forse non solo) rappresenti in pratica un gigantesco meccanismo di selezione, piú che di formazione, dove il fine non é quello di offrire ad una persona il bagaglio culturale necessario a svolgere un lavoro. Al contrario, l´obiettivo é quello di offrire un lasciapassare che garantisca l´accesso a posizioni di lavoro non-specialistiche. In altre parole, il sistema accademico sembra caratterizzarsi come una rupe spartana, dalle quale lo studente é metaforicamente gettato, affinché si provino le sue capacitá di risalita. La laurea testimonia dunque che il candidato ha la &#8220;testa&#8221; sufficiente per apprendere e ha &#8220;il fisico&#8221; per poter sostenere un certo tipo di lavoro (generico). A mio modo di vedere, la cosa che piú colpisce é il fatto che questa situazione, largamente diffusa in numerose facoltá universitarie, sia scientifiche che umanistiche, appaia evidente agli studenti solo nel tempo successivo al conseguimento della laurea. Sempre piú persone riferiscono infatti di un problema comune: il fatto di trovarsi, il giorno dopo la tesi, senza la piú pallida idea di dove applicare, chi contattare, dove recarsi, ecc&#8230; al fine di trovare un lavoro che abbia a che vedere con la propria specializzazione. Due sembrano essere le ragioni di ció: a) la pressoché totale disconnesione tra mondo del lavoro e accademia (salvo le solite 7 eccezioni del caso); b) il fatto che le stesse facoltá descrivano realtá lavorative meramente teoriche nella loro offerta didattica.  Ció significa che le facoltá riportano quello che una persona <strong>potrebbe</strong> fare con il tipo di formazione da loro offerto, ma spesso non tengono conto del fatto che tali posizioni teoriche non esistono empiricamente sul mercato. Esempio emblematico di ció é la mitologica figura dello specialista che &#8220;lavora nelle industrie&#8221;, idea che fa pensare appunto a grandi capitali investiti nell´assumere specialisti al fine di potenziare l´efficienza di una azienda. Ragionamento che non fa una piega, se non fosse che, almeno a titolo personale, dopo 10 anni passati nella accademia non ho mai incontrato nessuno nel nostro Paese che abbia intravisto una di queste figure e tutti coloro che continuano a fare quello per cui hanno investito soldi ed anni di vita sono ad oggi nel settore accademico. Inutile dire che ció contribuisce a generare un meccanismo che é quello che é: autoreferenziale.</p>
<p style="text-align:right;"><em>D Garofoli</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2364/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2364&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Questioni frontali</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 17:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano Bruner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Homo]]></category>
		<category><![CDATA[Homo sapiens]]></category>
		<category><![CDATA[lobi frontali]]></category>
		<category><![CDATA[Osbjorn Pearson]]></category>
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		<description><![CDATA[Ancora sulle aree frontali, e sul genere umano. Tre anni fa abbiamo visto che nell’uomo moderno e nei Neandertaliani le aree frontali sono più espanse lateralmente, presentando un cambio nelle proporzioni geometriche in aree che peraltro sono critiche per funzioni cognitive di un certo spessore. L’ipotesi era quella di un adattamento specifico, o di una [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2342&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://paleoneurology.wordpress.com/2013/01/07/frontal-curve/"><img class="alignleft size-full wp-image-2344" alt="Jebel Irhoud, 2013" src="http://neuroantropologia.files.wordpress.com/2013/01/2013_01_questioni-frontali.jpg?w=497"   /></a>Ancora sulle aree frontali, e sul genere umano. Tre anni fa abbiamo visto che nell’uomo moderno e nei Neandertaliani le aree frontali sono più espanse lateralmente, presentando un cambio nelle <a href="http://neuroantropologia.wordpress.com/2010/01/25/prefrontalizzazioni/" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>proporzioni geometriche</strong></span></a> in aree che peraltro sono critiche per funzioni cognitive di un certo spessore. L’ipotesi era quella di un adattamento specifico, o di una ristrutturazione dei volumi per vincoli allometrici, o di entrambe le cose in termini di esaptazione. Questo mese pubblichiamo invece in collaborazione con il laboratorio di <a href="http://anthropology.tamu.edu/html/profile--sheelaathreya.html" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Sheela Athreya</strong></span></a> un lavoro sul <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ajpa.22202/abstract" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>profilo mediosagittale</strong></span></a>. Anche qui, si è sempre detto che l’uomo moderno ha una fronte più globulare, ma fino ad ora non c’era quantificazione diretta. Di fatto, le affermazioni si basavano su stime occhiometriche, indici, o su analisi geometriche più ampie che consideravano non solo la squama frontale ma anche il toro sovraorbitario o tutto il cranio, non chiarendo del tutto quindi il ruolo dell’orientamento e della posizione della fronte. Lo studio della forma della squama conferma che la nostra specie si caratterizza per questa fronte più curva rispetto a tutte le specie umane estinte. Ma mette anche in guardia contro affermazioni troppo strette quando si ha a che fare con singoli individui, perché ci sono aree di sovrapposizione della variabilità tra l’uomo moderno e le specie fossili. Infine, l’analisi conferma che questo carattere lo possiamo trovare dai reperti più antichi assegnati alla nostra linea filetica.</p>
<p style="text-align:justify;">Nello stesso mese pubblichiamo anche con <a href="http://www.unm.edu/~anthro/people_faculty_osbjorn_pearson.html" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Osbjorn Pearson</strong></span></a> un lavoro sul cranio di <a href="https://www.jstage.jst.go.jp/article/ase/advpub/0/advpub_120927/_article" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Jebel Irhoud</strong></span></a>, un reperto incredibilmente completo trovato in Marocco e datato intorno ai 160 mila anni. A parte l’industria Musteriana, l’individuo presenta una architettura del neurocranio (anche a livello endocraniale) totalmente non-moderna, simile a quella Neandertaliana. Ma allo stesso tempo la faccia e le aree frontali tradiscono l’appartenenza alla linea evolutiva dell’uomo anatomicamente moderno. Jebel Irhoud suggerisce che forse l’origine dell’uomo moderno non ha coinciso esattamente con l’origine di un cervello moderno, almeno a livello di geometria dell&#8217;endocranio.</p>
<p style="text-align:justify;">Già che sono in promozione di pubblicazioni vi invito anche a buttare un occhio a un nuovo articolo sul <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ajp.22087/abstract" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;"><strong>concetto di specie</strong></span></a> in antropologia evoluzionistica, che ci porta direttamente ad alcune riflessioni sull&#8217;interpretazione tassonomica e sulla percezione filogenetica di differenze come queste.</p>
<p style="text-align:right;"><em>E Bruner</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/neuroantropologia.wordpress.com/2342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/neuroantropologia.wordpress.com/2342/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=neuroantropologia.wordpress.com&#038;blog=6506903&#038;post=2342&#038;subd=neuroantropologia&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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