Architetture cognitive

hmL´archeologia cognitiva in buona parte risponde alla famigerata domanda “a che cosa serve?” fornendo una plausibilitá evoluzionistica a teorie che propongono di spiegare come la mente umana funzioni. Se tali teorie faticano ad integrarsi con la scala dell´evoluzione, descrivendo una mente emersa “dal nulla” o con meccanismi poco chiari, forse la teoria non é cosí stabile e potrebbe essere il caso di ripensare alla sua validitá. In tutto questo, colpisce il fatto che questa disciplina si concentri spesso sul micro-livello, e cioé usi il record archeologico per supportare tesi sull´evoluzione di specifiche funzioni cognitive, che a volte risultano estremamente ristrette in termini di specificitá dell´informazione. Ció che risulta pressoché assente é il macro-livello, cioé il contesto di fondo in cui tutte queste teorie devono integrarsi. Manca cioé un riferimento a come tali funzioni evolvono in una architettura cognitiva che a sua volta evolve e a come esse siano mediate in un contesto di interattori cognitivi che producono tale funzione. Senza tutto ció, c´é ovviamente il rischio che le micro-funzioni prese in considerazione siano completamente autoreferenziali e slegate dal contesto, producendo cosí teorie dove ogni cosa é lecita e dove la plausibilitá biologica passa in cavalleria. Tuttavia, questa attitudine sembra essere il prodotto di una piú generale assenza di interesse verso il concetto stesso di architettura cognitiva in psicologia. Nell´ambito della psicologia sperimentale, specialmente quella neuro-psicologica, mi capita di registrare una focalizzazione estrema su micro-funzioni che perde di vista un riferimento solido ad una teoria di fondo. Ció sottolinea una disconnessione inspiegabile tra l´ambito delle scienze sperimentali e di quelle teoriche. Riguardo a queste ultime, le cose non sembrano andare molto meglio. A fronte di innumerevoli modelli che si limitano a fornire spiegazioni di come alcuni aspetti della mente funzionino (es: percezione attiva, per l´embodiment radicale), il problema di fondo, cioé l´architettura cognitiva, viene spesso posto in secondo piano. In aggiunta, mentre assistiamo all´uscita di libri dai titoli piú bizzarri ed i temi piú specifici in assoluto, non sono a conoscenza di un testo che presenti e discuta in maniera comparativa i modelli esistenti di come la mente umana potrebbe essere strutturata. L´idea sembrerebbe una banalitá dal punto di vista editoriale, eppure, ad oggi sembra che il tema sia limitato a capitoli di libri o articoli sparsi qua e lá (es: Paul Thagard nel capitolo 3 di questo nuovo libro), se non centrati su architetture artificiali. A questo riguardo, sono rimasto curiosamente colpito quando ho scoperto che il gruppo di filosofia delle neuroscienze dell´universitá di Tübingen ha in programma di organizzare un seminario proprio su questo argomento per il prossimo gennaio. In questo contesto, teorie modulari, psicodinamica, reti neurali, disposizionalismo e codifica predittiva verranno presi in considerazione e discussi allo scopo di capire qual é il modo piú adatto per spiegare come é strutturata la mente umana. Sembra dunque che io non sia il solo a cogliere la presenza di questo problema. Peccato rimanga solo un seminario, almeno per ora.

D Garofoli

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~ di D Garofoli su dicembre 19, 2012.

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