L’omuncolo deforme

I meccanismi con i quali rappresentiamo la realtà dentro di noi sono abbastanza poco conosciuti. Quelli poi con cui rappresentiamo noi stessi dentro a quella nostra rappresentazione della realtà sono del tutto insufficienti. Una realtà virtuale interna è uno spazio nel quale simulare, e sperimentare. Occhio e mano sono le interfacce, le porte di ingresso e uscita attraverso le quali il nostro cervello si connette con la realtà esterna e genera mente. Il tutto diretto dalle aree parietali, mediane e intraparietali, che integrano le informazioni esterne con quelle interne, selezionano per importanza, coordinano con il sistema occhio-mano e con la memoria, e generano uno “spazio immaginato”. Konrad Lorenz pensava che la capacità fondamentale di “pensare di fare qualcosa” fosse condivisa da uomo e scimmie antropomorfe. Anche Philip Barnard pensa che un potenziamento del “modulo visuo-spaziale” sia cosa comune alle grandi scimmie. Però il registro fossile suggerisce che forse la nostra specie potrebbe aver subito un ulteriore potenziamento nell’integrazione delle aree parietali. In un articolo di un paio di anni fa (psicomorfometria!) Longo e Haggard prendevano le coordinate delle posizioni delle mani e delle dita di una persona, e le confrontavano con tecniche di superimposizione (le stesse che usiamo noi coi crani e coi cervelli!) con le coordinate delle posizioni “percepite” da loro stessi. Ebbene, c’è un errore sistematico nella percezione, e sembra che la nostra sensazione ci trasmetta dita più corte e mani più larghe. Le “deviazioni” sembrano essere simili a quelle descritte per l’omuncolo di Penfield, rappresentazione del nostro corpo sulla corteccia sensorimotoria. L’omuncolo ci informa delle nostre proporzioni e posizioni seguendo il suo stesso schema, che è sufficientemente corrispondente ma presenta qualche piccola “deformità” dovuta a necessità sensoriali e limiti anatomici. Evidentemente le aree parietali gli danno retta, ma non prima di aver consultato il resto delle informazioni (soprattutto quelle che vengono dall’occhio) per rimediare e aggiustare il tiro. Il tutto si complica quando pensiamo che le stesse aree anatomiche continuano topologicamente in quelle del linguaggio, generando confini poco chiari tra prassi e parola, che si intrecciano attraverso ponti funzionali quali quelli per esempio dei numeri e del saper contare.

E Bruner

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~ di Emiliano Bruner su novembre 5, 2012.

2 Risposte to “L’omuncolo deforme”

  1. Aggiungerei che l’omunculo si forma e si deforma a seconda della funzionalità degli apparati sensoriali. Un pianista sviluppa l’area cerebrale dedicata alle mani, in modo diverso da quello di un impiegato. È poi, non sono d’accordo di ridurre l’indagine solo alle mani e alla vista. Un cieco sviluppa in modo abnorme le aree dell’udito, dell’olfatto e del tatto, così come un uomo privo di mani può sviluppare quella dei piedi…

  2. Certo, la rappresentazione sensoriale deve avere una componente individuale molto importante, con fattori genetici e ambientali che si mischiano abbastanza. Il risultato finale, lo “spazio immaginato”, sarà una integrazione di tutto. In questa integrazione, occhio e mano sicuramente hanno un peso relativo maggiore che altre componenti. Nel caso di questo articolo lo studio tende appunto ad isolare la componente della percezione associata alle dita. Ed è appunto interessante notare come anche la mano, che nell’integrazione visuo-spaziale ha un ruolo sicuramente cardinale, ha bisogno delle informazioni che vengono dalle altre componenti!

    E’ utile ricordare anche che mani e occhi giocano un ruolo particolarmente importante nell’embodiment e nei possibili fattori associati alla mente estesa.

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