Neurocrazia

Per più di un secolo abbiamo dato una importanza sconsiderata alle dimensioni cerebrali, un pó perché poche altre variabili erano disponibili a indagini quantitative, un pó per semplicità e ingenuità culturale, e un pó perché (non lo dimentichiamo) le differenze in questo senso tra noi e gli altri primati saltano sinceramente all’occhio. Poi per fortuna abbiamo cominciato ad aprire il panorama, iniziando a considerare gli aumenti relativi delle dimensioni, i contributi di singole componenti neurali, le loro connessioni, e le loro gestioni energetiche. Da qualche tempo però Suzana Herculano-Houzel sta nuovamente richiamando l’attenzione sulle dimensioni del cervello, con una piccola ma essenziale differenza di dettaglio. Ha messo a punto il suo “frazionatore isotropico”, che suona come un’arma di Goldrake ma alla fine è un frullatore per cervelli: si spappola tutto e si contano i neuroni. Poi ha cominciato a contare. Ebbene, se usando i volumi cerebrali le varie comparazioni tra primati e mammiferi possono dare molte sorprese, con il numero di neuroni invece tutto torna. E il ritorno è strettamente lineare: la maggior parte delle variabili biologiche e comportamentali presentano una correlazione semplice e diretta col numero di cellule nervose. Attenzione, perché può variare la loro densità, e questo può generare gli scostamenti osservati utilizzando il volume o il peso del cervello invece che la conta delle sue unità elementari. I risultati sono incredibilmente lineari, l’approccio evidentemente molto poco complesso, e la carriera della Herculano-Houzel (dottorata tra Parigi e Max Planck e in ottime relazioni internazionali) a tratti sospettosamente rapida. Queste evidenze così apparentemente chiare con variabili semplicemente semplici ci suggeriscono che forse la stiamo facendo troppo difficile, e la natura invece passa per processi molto meno contorti. Il tutto spaventa un pò quando si pensa che questi dati avvallano una visione estrema della macchina cartesiana, dove la capacità del computer è solo funzione del numero di unità operative. Tra i tanti articoli pubblicati dallo stesso laboratorio su questi temi, ci sono ovviamente scappate anche stime di numerosità neuronale negli ominidi fossili. L’ultima pubblicazione stima i costi metabolici cerebrali in funzione del tempo di foraggiamento, evidenziando che il genere umano si è potuto permettere questo aumento massivo di neuroni probabilmente solo grazie ai processi di preparazione del cibo. Altrimenti dovremmo stare tutto il giorno a cercare energia, per mantenere i costi di queste orde di cellule nervose. La teoria è semplice e interessante. Alcune cautele riguardano l’invasività della tecnica (il frazionatore-frullatore macella tutto) che limita fortemente le numerosità campionarie, qualche possibile difficoltà tecnica al momento della conta, e soprattutto pericolose e subdole circolarità che si potrebbero nascondere dietro a variabili apparentemente semplici. Al dì là delle cautele del caso questi lavori ci ricordano comunque che, sebbene l’evoluzione cerebrale non si può limitare a considerare le variazioni delle dimensioni encefaliche, questo fattore non può nemmeno essere interpretato come poco influente o anche solo secondario. Siamo alle solite: l’unione fa la forza, e le dimensioni sì che contano.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su ottobre 24, 2012.

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