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L’archeologia cognitiva, a parte studiare l’evoluzione della mente, la sta anche aprendo. Marco Langbroek, specialista in archeologia e meteoriti (!) ha pubblicato una critica alle discipline cognitive che continuano a proporre schemi lineari e progressivi per l’evoluzione del comportamento, ignorando le informazioni paleontologiche e archeologiche che ormai da anni stanno tentando di valutare scenari più articolati. Mentre la filogenesi si arricchisce di rami e foglie, lo schema cognitivo di base continua ad essere quello di una autostrada che va dal peggio al meglio. Anche se forse non è poi troppo certo che la biologia si sia allontanata così tanto da una prospettiva lineare (le grandi scimmie sono ancora utilizzate come modello arcaico in paleoantropologia o neuroanatomia), è vero che dei tentativi di articolazione filogenetica tipici delle discipline evoluzionistiche non c’è quasi traccia nelle prospettive ancora dominanti delle scienze cognitive. I primati non-umani continuano ad essere presi come esempio di cognizione primigenia, e l’uomo moderno come estremo opposto. Il supposto processo, graduale o no, deve comunque passare per tappe progressive e intermedie, incanalate verso quello che prima o poi sarà l’ultimo passo. Ma se l’evoluzione umana si è caratterizzata per linee filetiche parallele e indipendenti, è lecito pensare che le specie estinte possano aver avuto capacità cognitive che noi abbiamo perso, o che addirittura non abbiamo mai avuto. La difficoltà nella valutazione di questa possibilità è chiara: l’archeologia è l’unico indizio possibile. Infatti caratteristiche specie-specifiche non possono essere estrapolate dal confronto con le specie viventi, il che crea un problema analitico non da poco. Sicuramente non dobbiamo togliere importanza alla complessità comportamentale e culturale della nostra specie. Che sia associata a un cambio discreto o graduale, alla memoria di lavoro o alle capacità di integrazione visuo-spaziale, alla struttura neuronale o a quella collettiva, l’evidenza ci suggerisce che la nostra specie ha una complessità cognitiva molto particolare. Ma questo non toglie che altre specie possano avere avuto caratteristiche molto differenti dalle nostre, con alcune componenti meno raffinate o del tutto assenti, e altre potenziate o del tutto nuove. Se da un lato quindi non dovremmo cercare giustificazioni ad hoc per dare a tutti i costi dignità a un neandertaliano o ad un australopiteco, allo stesso tempo potremmo anche cominciare a valutare la possibilità che questi gruppi potessero avere qualità cognitive e comportamentali che noi nemmeno immaginiamo. E che chissà un giorno o l’altro potrebbero pure far comodo.
E Bruner

