The Cognitive Life of Things
Finalmente ho avuto modo di dare un´occhiata a “The cognitive life of things“, volume edito da Lambros Malafouris e Colin Renfrew, che raccoglie una serie di lavori prodotti a seguito di un simposio organizzato ormai nel lontano 2006 dal McDonald Institute of Archaeological Research di Cambridge sul tema della mente estesa. Al primo impatto, non si puó che rimanere piacevolmente colpiti dall´approccio seriamente multidisciplinare adottato, che ha visto la partecipazione di autori provenienti da differenti domini di ricerca, a partire dalla filosofia di Andy Clark, uno dei pionieri di questa radicale visione esternalista della mente, per poi passare ad una prospettiva neuropsicologica, offerta da Merlin Donald, alla archeologia cognitiva di Malafouris, Renfrew, Coward & Gamble, e ad una serie di ulteriori contributi mirati ad illustrare il rapporto tra mente, ambiente, societá ed artefatti.
Se da un lato questo testo può essere considerato come una disanima di alcuni problemi filosofici di notevole importanza nell´ambito della teoria della mente estesa, dall´altro, per quanto ci riguarda, esso ha il grande merito di fornire quella serie di strumenti concettuali senza i quali qualunque approccio in archeologia cognitiva risulterebbe miope, se non addirittura banale. Un modo, dunque, per poter accedere finalmente alla sezione “materiali e metodi” in questo dominio di ricerca, facendo della mente estesa, dell´embodiment, del material engagement, etc… il nostro equipaggiamento scientifico per andare incontro ai problemi considerati e nel contempo per potersi salvare dalla orribile tentazione di ridurre l´archeologia cognitiva ad una serie di opinioni e chiacchiere da salotto.
Obiettivo ultimo del libro é quello di definire la vita cognitiva delle cose, andando ben oltre l´approccio secondo cui gli artefatti avrebbero la sola capacità di potenziare il sistema cognitivo umano, ma spingendosi verso un orizzonte piú avanzato in cui essi diventano parte stessa del sistema, senza tuttavia mostrare un isomorfismo ontologico o delle proprietà con esso, come se un quaderno di appunti fosse la controparte materiale di un ippocampo. Alla luce dell´interpretazione proposta in questo volume, un esogramma, rappresentato nella realtá materiale come un artefatto mnemonico (libro, computer o tavola micenea che sia), si differenzia da un engramma, o rappresentazione neurale di un ricordo, per il fatto che esso puó essere rivisto, riconsiderato, interpretato in maniera diversa ogni volta e interfacciato con la mente “interna” in maniera fluida. E´ in questa plasticitá che gli artefatti memonici si differenziano dunque da un semplice magazzino di ricordi. E´ in questo che le cose esprimono la loro vita cognitiva.
D Garofoli

