Simia habilis

Continua il dibattito sulle possibili capacità cognitive degli australopiteci, con tutte le difficoltà del caso … Il tema è stato da sempre dibattuto, ahimè raramente in un vero contesto scientifico ma spesso in situazioni più da salotto che altro. Poi arriva una supposta evidenza di utilizzo di industria australopitecina, segni di taglio su resti di erbivori,  a Dikika, in Etiopia, e il salotto oramai un po’ annoiato riaccende il fornello sotto l’acqua per il tè. L’articolo si basa su due estremi: la fragilità delle evidenze e l’assoluta certezza delle affermazioni. I reperti sono stati trovati in superficie e non in strati di scavo (con conseguente serie di scetticismi sulla datazione). I segni sulle ossa possono essere tracce di taglio, oppure no, vattelappesca … Infine, non ci sono né resti di industria, né tantomeno di australopiteci, e l’associazione è un po’ autoreferente: in quella zona con quella cronologia solo degli australopiteci possono aver lasciato quei segni. A fronte di queste evidenti debolezze e delle cautele che richiederebbe una disciplina scientifica l’articolo è pieno di termini come “sicuramente”, “senza dubbio”, “chiaramente” … eccetera. Molti ti dicono “devi fare così se vuoi pubblicare su Nature”, che vale a dire che se vuoi pubblicare su Nature devi svendere la scienza per narrativa, trasformandola in un copione cinematografico. La cosa più stancante è che, per dar rilevanza a questi ritrovamenti, non ci sarebbe in teoria bisogno di questo maquillage. Voglio dire, possibili segni di uso che forse si datano a più di tre milioni di anni in una zona dove sono noti solo australopiteci: il contenuto è lo stesso, ma con quelle cautele che fanno della scienza un campo basato sulle probabilità. Comunque, l’articolo riaccende la discussione. Esce subito un altro lavoro che evidenzia problemi nell’interpretazione e nelle metodologie, magari le tracce sono solo un mozzico di coccodrillo, e nella bloggosfera si discute il tema piuttosto criticamente. Io mi limito a due riflessioni o meglio, a riflettere su due definizioni. Primo, la differenza tra “oggetto” e “strumento”. Utilizzare oggetti vuol dire aiutarsi con quello che c’è per migliorare una prestazione, lo fanno gli scimpanzé ma anche i corvidi e tanti altri vertebrati. Utilizzare strumenti vuol dire processi cognitivi che vanno ben oltre la situazione precedente, includono l’integrazione attiva e guidata tra elementi propri, elementi ambientali, e l’ambiente stesso, con sfumature decisionali, feedback tra deduzione e induzione, e capacità di simulazione non indifferenti. Secondo, la differenza tra “ipotesi” e “opinioni”. Le prime richiedono un contesto teorico strutturato, e soprattutto la possibilità di associare dati per valutare la probabilità delle interpretazioni. Le seconde non richiedono nulla, solo del tè caldo, una poltrona, e qualcuno che ascolti.

E Bruner

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~ di Emiliano Bruner su febbraio 14, 2011.

Una Risposta to “Simia habilis”

  1. […] cercare giustificazioni ad hoc per dare a tutti i costi dignità a un neandertaliano o ad un australopiteco, allo stesso tempo potremmo anche cominciare a valutare la possibilità che questi gruppi potessero […]

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