Senz’anima

Crescita come variazione di taglia, sviluppo come variazione di forma. I dettagli delle differenze tra specie e specie fanno l’evoluzione. Ma il piano di base è incredibilmente conservativo, almeno per i vertebrati. Prima viene il cervello, poi il muso. Da Weidenreich a D’Arcy Thompson, con ovvie radici nella legge biogenetica di Haeckel, non si discute il tema: forme giovanili con grandi teste e poche zanne, adulti con grande bocca e testa piccola. Il sistema nervoso centrale richiede tutta l’attenzione morfogenetica del principio, e solo poi l’energia si investe nelle strutture deputate all’alimentazione. Ovvero prima si affina il software, poi si mette a punto l’hardware per la ricerca del cibo e dell’energia. Qualcuno ci può mettere un po’ di finalismo ad hoc, evidenziando la difficoltà di partorire un cucciolo con un muso fragile e ingombrante, o immaginando i problemi di allattare un neonato con denti acuminati. Ma forse non c’è nulla da spiegare: una creatura adatta a procurarsi cibo ma senza pensare semplicemente non è prudente. O no? Torniamo a un tema dove già c’erano questioni aperte: uno “zombie” può essere una alternativa evoluzionistica? Come specie o come fase ontogenetica. Evidentemente non si parla di vodoo, ma della possibilità evolutiva che la sequenza morfogenetica sistema nervoso (e neurocranio) vs sistema masticatorio (e splancnocranio) non sia cosí strettamente obbligata come la sua assoluta affermazione possa far credere. Gli invertebrati magari offrono alternative più eterogenee, con molti gruppi zoologici che rasentano il livello di macchina cartesiana, essendo “semplici” rilevatori di cibo con risposte di attrazione/repulsione. In questo senso il confine tra pensante e non-pensante sembra meno chiaro: uno “zombie” ha probabilmente la stessa pulsione di un paramecio o di molti detritivori da manuale, che per questo però non vengono definiti morti-viventi! Uno zombie alla fine è come una planaria, ma se questo è permesso a un platelminta pare sia impensabile per un mammifero. Alla fine la questione degli schemi di sincronia tra neurocranio e splancnocranio potrebbe essere solo legata al vecchio tema del comportamento innato verso quello acquisito: chi pende da un lato e chi dall’altro, in una scala di gradi dove comunque non è possibile invertire troppo le aspettative. Per i mammiferi sembrerebbe non esserci scelta: prima il pensiero poi il cibo, nella loro morfogenesi prima la testa poi il muso, altrimenti si finisce in fantascienza. O c’era alternativa?

E Bruner

Grazie a A. Cardini per aver richiamato l’attenzione su questo tema che è solo apparentemente scontato, e che anche se forse più teorico che reale aiuta a sorpassare i limiti di quella supposta ovvietà che vincola sapere e conoscenza di ogni momento storico …

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~ di Emiliano Bruner su ottobre 22, 2010.

4 Risposte to “Senz’anima”

  1. Riflettendo sulle informazioni lette in questo post, mi è saltata in mente una questione che riguarda l’evoluzione dei primati e che secondo me necessiterebbe di essere presa in considerazione in questa sede.

    Mi chiedevo infatti come il discorso sulla sequenza morfogenetica neurocranio/splancnocranio si conciliasse con il fatto che nei primati l’evoluzione del sistema nervoso “segue” quella del sistema scheletrico, con quest’ultimo che risulta sempre più derivato del primo con il procedere del tempo e la comparsa di nuove specie.

    In altre parole, se affermi che in termini ontogenetici venga prima il software che l’hardware nei mammiferi, nell’evoluzione dei primati sembrerebbe che invece avvenga il contrario, con il software che segue l’hardware. Ma è senza dubbio possibile che in questo caso la questione ontogenetica e quella filogenetica siano slegate.

    Che ne pensi?

  2. Si è vero, a livello filogenetico per quello che si può vedere dal record fossile nei primati prima cambia la struttura scheletrica (l’harwdware per cercare cibo e integrarsi in un dato contesto ecologico) poi cambia l’organizzazione cerebrale … Bisogna comunque specificare un paio di cautele. Innanzi tutto il discorso neurocranio/splancnocranio si riferisce a una unità con molti fattori di integrazione (il cranio, appunto), mentre nel caso più generale della filogenesi ci si riferisce anche alle strutture post-craniali, il ché mette in gioco molte altre componenti. Ma soprattutto bisogna ricordare che questa sequenza apparente nella filogenesi (prima cambia l’anatomia generale, poi quella cerebrale) si rifà al record paleoneurologico, che è molto frammentato e poco solido nel senso della rappresentatività generale della variazione, e che si riferisce come sempre alla sola costituzione morfometrica e geometrica. Non possiamo escludere quindi che questa percezione sia falsata, e dobbiamo considerare la possibilità che ci siano variazioni che non conosciamo o che queste variazioni non siano per forza riconoscibili dalla solo forma endocranica. Resta comunque il fatto che, per quel poco che sappiamo, nella filogenesi dei primati le forme “nuove” hanno in genere morfologie cerebrali delle forme “vecchie”, che solo in un secondo momento sono sottoposte a “aggiornamento”.

    Se queste due prospettive sono vere, allora si dovrebbero poter integrare suggerendo che l’evoluzione lavora più facilmente sulle strutture ontogeneticamente più tardive (e di qui si apre a un asse che da Haeckel porta direttamente all’evodevo contemporaneo …).

  3. Non sono sufficientemente addentro al tema, eppure mi sembra arduo tracciare una dicotomia netta. Da un lato ci sono lavori che esaminano l’integrazione delle esigenze alimentari nell’anatomia del neurocranio, mi riferisco in particolare ai modelli digitali del prof. Pesce relativi alla distribuzione degli sforzi masticatori negli ominidi. Dall’altro, la necessità di pensare probabilmente non viene prima di quella di masticare. In effetti il completamento dello sviluppo delle capacità cognitive è presumibilmente posteriore rispetto a quello delle capacità masticatorie (i “denti del giudizio” forse non sono un must!).
    Personalmente guardo con sospetto finanche al principio che l’espansione cerebrale caratteristica del genere Homo abbia a che fare con capacità cognitive di ordine superiore. Considerandola in parallelo allo sviluppo della stazione eretta mi pare emerga subito l’idea che l’espansione del lobo parietale, del cervelletto, della corteccia prefrontale e delle regioni subcorticali ad esse legate (es. il talamo mediale) abbia molto a che fare con il coordinamento fine dei movimenti delle mani. Sempre a osservazioni relative a queste capacità si deve l’ipotesi che certe strutture frontali siano deputate a più alte funzioni cognitive (i “neuroni specchio”).
    Pertiene dunque questo aspetto visuomotorio al pensare per procurarsi il cibo, o non piuttosto al fatto stesso di procurarsi il cibo? L’espansione del neurocranio consentirebbe in quest’ottica l’allocazione di risorse cerebrali necessarie a una componente primariamente motoria, in seguito cognitiva.

  4. No chiaramente nessuna dicotomia netta, è vero. Il problema non è bianco/nero ma delle sue sfumature, ovvero di quella citata sincronia le cui variazioni generano (appunto) gradazioni. Di fatto comunque la crescita neurocraniale e cerebrale nell’uomo ai due anni è quasi completata, mentre il complesso facciale continua a crescere per tutta la vita, anche se rallentando il tasso di crescita esponenzialmente e ai minimi termini. E se la crescita neurocraniale raggiunge un plateau ai due anni, il complesso facciale (appunto con i denti del giudizio) deve aspettare quasi i venti! Quindi c’è evidentemente una “priorità” che scandisce i tempi di sviluppo morfogenetico (consiglio i lavori di Markus Bastir 2005/2006 per gli aspetti esocranici, quello di Simon Neubauer 2009 per quelli endocranici).

    Occhio hai tempi evoluzionistici dell’”assetto umano”. Niente parallelismi tra cervello e stazione eretta. Correlazione si, alcune associazioni, ma non parallelismo. Cause in comune forse molte, ma non tutte. L’assetto scheletrico umano si caratterizza due milioni di anni fa, mentre la maggior variazione della morfologia endocranica la troviamo solo centomila anni fa. Sicuramente le funzioni neurali associate alla percezione e all’utilizzo della mano hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione umana, come causa e come conseguenza (le teorie che associano evoluzione delle capacità manuali e linguaggio sono ad oggi validissime e ancora poco approfondite). Io stesso ho correlato attraverso il possibile ruolo dei lobi parietali l’uso della mano, il linguaggio, e le possibilità cognitive di astrazione associate alla generazione di realtà interiori, la possibilità di fare “esperimenti mentali” e di “manipolare” virtualmente mondo esterno e interno.

    Ovviamente tutto questo “interagisce”. Integrazione visuospaziale vuol dire anche ecologia e gestione delle risorse (la teoria della gestione sequenziale e spaziale delle risorse è una delle teorie principali sulla origine dei Primati come gruppo specializzato nel processamento delle informazioni). Ma resta la sincronia morfogenetica: alla nascita siamo un capoccione senza muso. Il quid della questione sicuramente è di natura continua, non discreta. Chi nasce più “atto” e chi meno, ma poi c’è tutto il pistolotto infinito sull’altricialità dell’uomo, che partorisce una prole talmente incapace da rappresentare una eccezione nel suo stesso gruppo zoologico (Homo sapiens partorisce cuccioli “prematuri” di quasi un anno, secondo gli standard dei primati e i loro schemi ontogenetici …).

    Insomma, data l’incredibile omogeneità nei mammiferi dello schema base di accrescimento neurocranio/splancnocranio, uno si potrebbe chiedere del perché tanto successo (o tanto vincolo). Come dicevo, qualcuno ci mette interpretazioni specifiche sui limiti del parto o dell’allattamento. Credo che queste interpretazioni siano un pó ad hoc, e forse la risposta a tutto questo è più banale (lo zombie/planaria). Ma mi resta il dubbio delle cinque dita di SJ Gould: e se fosse solo caso? Una forma “differente” sarebbe stata possibile??? Partorire “musi camminanti” senza ragione con solo qualche “routine” basica tipo planaria, che mano a mano che incontrano energia la investono per farsi il software, sviluppando poi il sistema nervoso lentamente nel tempo, senza fretta …

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