Paleocomics: Il Manga del Pleistocene Superiore …

E dopo l’uomo-scimmia, è la volta del Re Leone. Si tratta solo di stabilire se sia tassonomicamente un carnivoro o un primate. E la questione sistematica, come sempre, non è triviale. La stuatuetta di Hohlenstein-Stadel, 28 centimetri di astrazione zoologica aurignaziana, precede di 30.000 anni la zoología fantastica di Borges o il Babonzo di Stefano Benni. Rilevante appunto se sia una scimmia leonata o un carnivoro umanizzato … Thomas Wynn e colleghi propongono una ipotesi cognitiva abbastanza articolata per interpretare la chimera, fondata su tre componenti: categorie ontologiche, tassonomia e modelli multisensoriali, e concetti astratti. La differenza tra animato e non-animato, tra oggetto autonomo e “manipolabile”, gli elementi del sistema organizzati in ranghi basati su principi universali associati al processamento multimodale delle informazioni ambientali e sensoriali, il tutto gestendo la mappa dello spazio extracorporale e integrando queste informazioni con le necessità delle reti sociali all’interno del gruppo. C’è molta carne sul fuoco, e il tutto si cucina a fuoco lento sulla graticola dei lobi parietali. C’è poi il pensiero astratto, e qui si passa alle funzioni esecutive della working memory, che coordina lo scambio tra aree frontali, parietali, e temporali, forse facendo la differenza. Rimane sempre la zona d’ombra: la statuetta dell’uomo-tigre (licenza tassonomica) arriva molto tardi, e tra l’origine dell’uomo anatomicamente moderno e il blues c’è un periodo di quiete culturale che rimane ad oggi tutto da capire.

E Bruner

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~ di Emiliano Bruner su dicembre 11, 2009.

5 Risposte to “Paleocomics: Il Manga del Pleistocene Superiore …”

  1. La produzione di oggetti simbolici, quale può essere la statuetta di Hohlenstein-Stadel, deve essere correlata all’evoluzione della capacità artistica. Cercherò di aggiungere alcune osservazioni a questa tesi e alle teorie esposte nell’articolo pubblicato su PNAS da vari studiosi, ove si propone un approccio neuroscientifico per l’interpretazione dell’evoluzione del senso artistico. Gli autori accolgono la teoria di Bruner et al., ovvero che: the brain of the modern humans evolved after a parietal development that “may have represented a key to surpass the encephalization contraints imposed by the archaic structura model” (Cela-Conde et al. 2009. Sex-related similarities and differences in the neural correlates of beauty. PNAS 106: 3847-52).

    L’articolo di J. Cela-Conde mi sembra particolarmente convincente nella parte dedicata all’analisi delle differenze di genere nella percezione del bello e dello spazio, dovute alle diverse aree cerebrali interessate negli uomini (lateralizzazione) e nelle donne. L’articolo risponde in modo stimolante ad una serie di domande, ma lascia aperti alcuni problemi che elenco di seguito.

    1) La teoria dell’evoluzione obbliga a credere – pena la ricaduta in forme di idealismo e di soggettivismo – alla nascita del senso del bello, come di tutte le altre sensibilità o pulsioni, e, più in generale, di tutte le capacità e reattività umane (la razionalità, l’innamoramento, la gelosia, l’altruismo, l’egoismo, la socievolezza, la competitività, l’arte, l’astrazione), in un qualche momento della storia biologica dell’uomo come premio adattativo. Ne fanno parte le polarità percettive e giudicative come morale-immorale, razionale-irrazionale, bello-brutto.

    2) Darwin si è occupato quasi esclusivamente della genealogia evolutiva delle strutture fisiche degli animali e degli uomini, in una sorta di storia morfologica della vita sulla terra, ma non si è interessato, se non saltuariamente, alla formazione adattativa delle molteplici capacità e attività derivate dallo sviluppo del cervello umano in specifiche condizioni. Se scoprissimo quando e perché è nata la percezione della bellezza, sconosciuta al regno animale, e perché ha avuto bisogno di un cervello e di una vista diversi dagli altri primati, scopriremmo il fondamento del criterio giudicativo bello-brutto. È incomprensibile la ragione per cui l’estetica di tutti i tempi, anche dopo Darwin e il darwinismo, non si è mai posta questa domanda di carattere genetico, l’unica che possa darci una risposta di qualche valore, che possa spiegarci il motivo per cui, prima di una precisa data, non esistono, ad esempio, pitture e sculture, pur esistendo già la sensibilità del bello e del brutto.

    3) La percezione della bellezza non ha origine solo dall’apprezzamento sessuale di certi corpi, ma anche, e prima ancora, dall’apprezzamento dei corpi adatti al lavoro. L’uomo prima produce e poi si riproduce, come sostiene Eldredge. Possiamo dire che è bello quel corpo che manifesta forza, agilità, resistenza, ovvero tutte le caratteristiche necessarie al duro lavoro, alla fuga, all’inseguimento, alla lotta. È bello ciò che è positivo per la nostra specie, come, ad esempio, un corpo umano adatto alla produzione e alla riproduzione, un frutto necessario per l’alimentazione o un fenomeno astronomico favorevole, vale a dire tutte le cose per le quali sono nati i miti positivi con le relative divinità. Il bello, per una mente laica, rappresenta quindi tutto ciò che ha reso possibile la vita sul pianeta Terra. Se fondassimo la percezione della bellezza solo sull’attrazione sessuale, non potremmo poi spiegare l’apprezzamento estetico per il cielo, il mare, gli alberi.

    4) Più in particolare, se il senso estetico avesse le sue radici semplicemente nella sessualità, non si capirebbe l’attrazione estetica per i corpi umani alti, snelli e forti, indispensabili per la produzione, ma non necessariamente per la riproduzione. Il corpo giovane e atletico, adatto al lavoro, è la base dell’attrazione estetica, il cui primo correlato è l’attrazione sessuale, ma non viceversa.

    5) Arte e bellezza non hanno nulla in comune, avendo origini diverse. Non si può definire con lo stesso aggettivo un magnifico corpo umano e l’Urlo di Munch, un albero in fiore e L’infinito di Leopardi. Vi è un abuso del termine “bello”, se possiamo dire “una bella passeggiata” o “un bel pranzo”. Il senso del bello nasce nel processo di selezione naturale, prima, e nel processo di selezione sessuale, poi, ovvero negli arcaici rapporti uomo-natura e uomo-donna. Ovviamente il prima e il poi è cronologico per l’individuo, ma è logico per la specie, dovendo essere circolare il nesso produzione e riproduzione della vita. L’arte invece è un manufatto umano moderno, prodotto dall’astrazione simbolica di Homo sapiens, per raccontare una qualsiasi cosa, bella o brutta che sia, compreso tutto ciò che non è né bello né brutto.

    6) Bisogna quindi distinguere due livelli di astrazione per evitare confusioni tra artigianato e arte. Non è possibile produrre frecce o punte bifacciali senza un qualche modello mentale, senza un primitivo livello di astrazione. Questo livello di astrazione non fu tuttavia sufficiente a produrre statue e disegni, se i primi reperti di questo tipo hanno meno di quarantamila anni, ovvero l’età di Homo sapiens. L’astrazione pratico-operativa – che è la capacità alla base dell’artigianato più arcaico – e l’astrazione simbolica – che può dare l’arte – sono quindi diverse. Nell’articolo di Cela-Conde si nota una sommaria distinzione tra artigianato e arte, tra “to produce beautiful objects” e “to appreciate beauty”, tra bello di natura e arte, che nulla ha a che fare con la bellezza, ma solo con l’abilità esecutiva.

  2. Grazie per gli spunti e per la segnalazione dell’articolo. Ammetto che via blog è difficile essere sintetici e nel contempo esplicativi. Spero di spiegarmi nella mia replica.

    La percezione della bellezza non ha origine solo dall’apprezzamento sessuale di certi corpi, ma anche, e prima ancora, dall’apprezzamento dei corpi adatti al lavoro.

    Concordo sull’idea che il senso del bello abbia radici adattative, ma non comprendo pienamente la dicotomia di cui si parla al punto 3. Più precisamente, mi sfugge la necessità di dover introdurre una distinzione tra “apprezzamento sessuale dei corpi” e “apprezzamento dei corpi adatti al lavoro” o più in generale alla sopravvivenza. Se ci dimentichiamo per un attimo del senso del bello, credo che la selezione sessuale agisca su criteri specifici, empirici, ecc… e, in virtù di ciò, quello che tu chiami “apprezzamento sessuale” potrebbe essere interpretato alla luce della teoria che descrive l’apprezzamento per la simmetria dei corpi come criterio di selezione sessuale. Un corpo più simmetrico potrebbe infatti essere indice di migliore funzionalità: se ho il naso dritto respiro meglio, lavoro meglio, scappo meglio, così come se NON ho una gamba più corta, o un occhio più chiuso dell’altro. E se sono simmetrico ho maggiori probabilità di generare figli simmetrici e funzionalmente adatti. Quindi i corpi snelli, alti e forti servono comunque ai fini riproduttivi, perchè danno accesso ad una prole più adatta e così ad un meccanismo che ne favorisce la riproduzione.
    Non credo dunque esista una distinzione, nè concettuale, nè cronologica, tra apprezzamento sessuale e apprezzamento dei corpi adatti al lavoro, almeno se ci riferiamo al nostro passato evolutivo. In virtù di ciò, trovare una direzionalità tra attrazione per le forme e attrazione per le funzioni diventa un processo inutile. La stessa idea di direzionalità è spesso sterile in antropologia.

    Il vero problema qui è comprendere come quella che appare una semplice valutazione di criteri cui anche una scimmia potrebbe fare ricorso, sia poi diventata negli uomini moderni quel “senso estetico” che vogliamo prendere in esame. E a monte di tutto questo, si pone il problema secolare di definire che cosa sia “la bellezza” per gli esseri umani.

    Proviamoci in senso neuroantropologico.

    L’apprezzamento per la simmetria/funzionalità viene ad essere accompagnato nella storia evolutiva del genere umano da reazioni neurobiologiche che chiamiamo emozioni. Semplicemente un modo per potenziare la ricerca di un partner che risponda a certi requisiti, dunque. Stessa cosa accade per le altre funzioni adattative di cui si fa menzione al punto 3.
    Un uomo che ha conquistato un territorio pieno di risorse è più adatto di un altro ed il senso del bello potenzia l’interesse che le femmine hanno per questo, giocando comunque un ruolo sulla riproduzione. Ciò implica l’originarsi di meccanismi di selezione biologica che premino questo feedback… Inoltre è possibile che da tutto questo vadano ad esaptare nuove funzioni del tutto innovative, alcune delle quali imprevedibili, senza contare il fatto che il senso del bello potrebbe essere fondamentale per alcune situazioni sociali complesse. Infatti, se lo sciamano danza rivolgendosi alla luna e io non ho alcuna emozione estetica riguardo al rito in corso, io posso non capirlo e allontanarmi. Se faccio ciò, mi escludo dal rito, non mi metto in mostra, le femmine non mi notano, così mi riproduco meno, ecc…

    Ad un certo punto della storia evolutiva umana, poi, qualcuno inizia a rendersi conto (o meglio ha le basi neuropsicologiche per farlo) che le emozioni possono essere volontariamente sfruttate al livello sociale. E da qui l’origine dei problemi legati all’arte.

    Ottima la distinzione in proposito tra arte ed artigianato.
    Il punto è che l’arte in realtà è molto diversa dall’artigianato soprattutto per ragioni “metafisiche”, poichè gli artefatti artistici presentano a mio parere un’ontologia molto diversa da quella dei normali artefatti. L’arte non può prescindere dalla realtà sociale e dalla contemporanea conoscenza dello stato dell’arte; al contrario, un artefatto d’arte non mostra una ontologia necessariamente determinata in termini sostanziali dall’intenzionalità dell’autore.
    In parole povere, secondo me l’arte presenta una ontologia sociale superiore rispetto a quella che ha un comune artefatto, e dunque, per essere effettuata, necessita dei correlati neurali che specificano per la teoria della mente, nonchè di una comprensione sociale che va oltre l’intelligenza tecnica.

    La questione si allaccia nuovamente alla proposta modulare che Steven Mithen avanzò nel 1996 (teoria spesso criticata, ma a me piace), secondo cui nei Neandertaliani e in Hs arcaico l’intelligenza tecnica lavora in maniera indipendente da quella sociale, causa l’assenza di un modulo metacognitivo di raccordo. A 40ky i correlati neurali in Hs potrebbero essere sul mercato evolutivo, invece, ed ecco che infatti compare un record archeologico significativo. Non sono convinto comunque dell’idea che un neanderaliano o un Hs arcaico esprimessero concetti astratti primitivi nel produrre artefatti mousteriani (punto 6), ma forse non ho capito che cosa intendi con “astrazione primitiva”. Forse intendiamo cose diverse, quindi mi farebbe piacere che tu me lo spiegassi meglio. Grazie mille.

  3. Credo che siamo essenzialmente d’accordo sul fatto che il corpo adatto al lavoro è anche adatto alla riproduzione e che l’attrazione sia insieme estetica e sessuale. Infatti scrivevo: “il corpo giovane e atletico, adatto al lavoro è la base dell’attrazione estetica, il cui primo correlato è l’attrazione sessuale”. Chiudevo tuttavia la frase dicendo: “ma non viceversa”. Ho dato una direzionalità, perché ritengo che nell’attrazione sessuale intervenga un fattore che non sempre è integralmente sovrapponibile all’attrazione estetica. Per dirla con una battuta, miss sexy (miss desiderabile) non sempre sarebbe miss universo. L’attrazione sessuale, la femminilità, accetta qualche rotondità in più nelle donne, proprio perché è connessa alla riproduzione, che spesso comporta una crescita dei seni, dei fianchi e, in generale, dell’intero corpo. Inoltre, la gravidanza, l’allattamento e la cura dei piccoli indeboliscono le capacità produttive della donna, ma non l’attrazione. Un corpo atletico è sempre esteticamente gradevole, ma non sempre un corpo sessualmente attraente è del tutto atletico. La mascolinità è collegata a caratteri sessuali primari e secondari che non sempre combaciano integralmente con la bellezza.
    La differenza che ho introdotto tra produzione e riproduzione parte dalla distinzione darwiniana tra selezione naturale e selezione sessuale. La prima si basa sul rapporto tra una popolazione nel suo insieme e le condizioni ambientali, la seconda sul rapporto maschio-femmina all’interno della stessa popolazione. Che la prima sia ontologicamente primaria, lo evidenzia il fenomeno empirico della diminuzione degli accoppiamenti e delle nascite in condizioni difficili di sopravvivenza per l’intera popolazione, dovuta al clima, al reperimento del cibo, alla conflittualità tra gruppi. Durante le guerre mondiali sono nati meno bambini.

    Esiste un vasto accordo, anche se non totale, tra gli studiosi sull’ipotesi che ci sia stata una fase della storia umana in cui l’uomo ha iniziato a manifestare una capacità di astrazione prima ancora che esistesse un linguaggio evoluto. Siamo nell’epoca del primo artigianato umano, la cui origine si perde nella notte dei tempi dell’umanità. J. Piaget, descrivendo il tipo di astrazione infantile, sostiene che: “Invece verso i sette-otto anni vediamo che si costituiscono sistemi di operazioni logiche non basati ancora sulle proposizioni come tali, ma sugli oggetti stessi, le loro classi e relazioni, e organizzati solo in occasione di manipolazioni reali o immaginarie di questi oggetti” e che “Le operazioni + e -, ecc. sono coordinamenti fra azioni prima ancora di poter essere trasposte in una forma verbale; non è quindi il linguaggio la causa della loro formazione ( J. Piaget,, Six études de psychologie, Denoel, Paris 1964; trad. it., Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia, Einaudi, 1996). Jerome Bruner avanza un’ipotesi simile sull’origine non linguistica delle regole del linguaggio: la predicazione soggetto-predicato, ad esempio, si manifesterebbe nell’attività motoria del bambino verso i dodici mesi, quando acquisisce la capacità di tener fermo un oggetto in una mano e di operare con l’altra su di esso (Jerome. S. Bruner, Processes of cognitive growth: infancy, Clark University Press, Worcester, Mass 1968; trad. it., Prime fasi dello sviluppo cognitivo, Armando Armando, 1971). Anche Maynard Smith e Szathmáry parlano di grammatica delle azioni (J. Maynard Smith e E. Szathmáry, The origins of life: from the birth of life to the origin of language, Oxford Univ. Press, Oxford 1999; trad. it., Le origini della vita: dalle molecole organiche alla nascita del linguaggio, Einaudi, 2001). Tattersall riferisce di un esperimento fatto da studiosi giapponesi su due gruppi di studenti: al primo gruppo fu insegnato a parole come fare degli strumenti litici; al secondo fu insegnata la stessa cosa con le sole azioni, senza parole. I risultati furono identici. L’autore ne trae la conseguenza condivisibile che si può essere abili artigiani senza possedere capacità simboliche evolute (I. Tattersall, The monkey in the mirror: essays on science and what makes us human, Harcourt, New York , S. Diego, London 2002; trad. it., La scimmia allo specchio: saggi sulla scienza di ciò che ci rende umani, Meltemi, Roma 2003). M. Donald è convinto che l’uomo possiede due tipi di capacità di pensiero, quelle che non dipendono dal linguaggio e quelle che vi dipendono. Deve infatti esistere un livello intermedio fra le strutture cognitive dell’uomo attuale e quelle delle scimmie antropomorfe, se Homo erectus possedeva tecniche produttive che comportavano meccanismi mentali di invenzione, coordinazione, trasmissione e memorizzazione complessi, superiori a quelli delle scimmie, ma inferiori a quelli di Homo sapiens. Capacità che ritroviamo in bambini, cerebrolesi, sordomuti e ignoranti (Origins of the modern mind: three stages in the evolution of culture and cognition, Harvard Univ. Press, Cambridge, Mass. 1991; trad. it., L’evoluzione della mente, Garzanti, Milano 1996).

    Esiste tuttavia un’ulteriore domanda a cui nessuno sa rispondere: l’uomo di Neandertal, avendo alcune caratteristiche simili all’uomo moderno, come, ad esempio, la massa cerebrale e l’area frontale di Broca, che presiede alle capacità linguistiche (E. Bruner – R. L. Halloway, A bivariate approach to the widening of the frontal lobes in the genus Homo, J.H.E. 58 (2010) 138-146), ed essendo sopravvissuto forse per diecimila anni dopo la comparsa di Homo sapiens, con cui dovette avere un qualche tipo di convivenza, ebbe la semplice capacità astrattiva di tipo operativo, alla maniera di Homo ergaster, privo di centri sviluppati del linguaggio, o, al contrario, fu più simile al sapiens? Ed esiste una via intermedia tra le due forme di astrazione, ovvero una terza via dell’astrazione, che permetta di collocare Neandertal in una posizione intermedia tra il primo e il secondo, non essendo uguale né al primo né al secondo? Sarebbe sorprendente se non vi fosse.
    In assenza di una risposta scientifica verificabile, avanzo un’ipotesi “filosofica”, rielaborando in libertà una teoria di Vico sull’origine del linguaggio, che ha anticipato molti filosofi e linguisti moderni (GB. Vico, Principj di scienza nuova (1744, terza edizione), Ricciardi, Napoli 1953, libro secondo, Della sapienza poetica). È legittimo immaginare che l’uomo di Neandertal sia più simile all’uomo moderno e che abbia avuto una forma di linguaggio non riducibile a suoni o a gesti, e una forma d’artigianato più elaborato. Sembra infatti che praticasse la sepoltura per inumazione e che decorasse il morto con colori e con collane. Questa ipotesi è possibile solo se esistono due tipi di linguaggio evoluto, in modo tale che si possa attribuire il primo, più grezzo, all’uomo di Neandertal, e il secondo al sapiens.
    La lingua sembra presentare una doppia configurazione, quella poetico-eroica e quella razionale. La prima caratterizza il parlare dei popoli primitivi e si presenta con due peculiarità linguistiche: strutture elementari e “universali fantastici”. Le prime lingue dovettero essere molto semplici, basate su parole monosillabiche, su pronomi, su nomi, su verbi all’imperativo per dare i comandi e non dovettero avere termini astratti come giustizia, moralità, economia, sostituiti da termini di cose o persone o divinità che potessero rappresentare direttamente con i loro corpi i concetti in questione. Tuttavia la lingua non può non parlare per universali, anche se gli universali fantastici si esprimono in modo percettivo, con immagini. La mitologia non è altro che l’espressione di concetti sotto forma di eventi concreti. Le stesse grandi istituzioni sociali, la costituzione, le leggi, il diritto furono indicate con il nome dei re e dei legislatori che le emanarono. Il primo linguaggio dovette essere una sorta di elenco mitologico in cui tutto veniva designato attraverso figure corporee, come nelle favole. Ercole è un universale fantastico che sta per la forza umana e, forse, per le fatiche sopportate dagli uomini per liberare la terra dalle foreste e dare inizio all’agricoltura. Dietro ogni figura mitologica si cela sempre un grande evento storico. La mitologia e le religioni rappresentano la storia delle grandi categorie esistenziali dell’uomo attraverso il comportamento di eroi e di divinità, o attraverso comandamenti, precetti, raccomandazioni comportamentali, comunque sempre attraverso casi specifici. La Bibbia ne è l’esempio eminente. Rambo è un universale fantastico moderno, dietro cui si cela solo la forza bruta scatenata contro qualche ingiustizia occasionalmente subita.
    I bambini, che poco e male universalizzano, pensano per lo più attraverso narrazioni concrete, esempi significativi. Anche gli adulti evitano, appena possono, il colloquio mantenuto sul filo dell’astrazione simbolica, preferendo le storie personali, il pettegolezzo, fino al gossip più volgare e al Grande fratello. La politica non è esente dall’uso di universali fantastici per parlare alla gente comune. Alcuni personaggi politici fanno di tutto per diventare universali fantastici, personificazione del bene, per taluni, del male, per altri.
    In sintesi, non possiamo immaginare la distinzione tra un uomo quasi-sapiens ed un uomo sapiens senza immaginare la distinzione tra due forme di linguaggio, una quasi-astratta ed una pienamente astratta, una poetica e una simbolica. Se così fosse, avremmo tre gradi di astrazione: operativa, ovvero artigianale, senza linguaggio (Ergaster); fantastica, con linguaggio figurativo, con termini universali non razionali (Neandertal); simbolica, con linguaggio composto di termini universali di tipo razionale (Sapiens). L’uomo moderno passa inconsapevolmente da un piano all’altro, utilizzando tutte le forme dell’astrazione, tutti i linguaggi creati dall’umanità nella sua lunga storia.

  4. Replico per punti:

    1) ATTRAZIONE SESSUALE – ESTETICA:

    Allora, cerchiamo di fare un po’ di ordine, altrimenti rischiamo di dilagare perdendo di vista gli obiettivi del discorso.
    Qui il problema da risolvere è sostanzialmente questo: Esiste una reale differenza tra l’attrazione sessuale e quella estetica? Se questa esiste, allora che cos’è l’attrazione estetica? Se non ho frainteso il tutto, la tua tesi mira a sostenere che esista un’attrazione estetica indipendente, in termini necessari, dalla attrazione sessuale.
    Per affermare questo sostieni che una donna non deve necessariamente essere Miss Universo per essere sessualmente appetibile.
    L’esempio, posto in questi termini, non mi convince, perchè sembra dare adito ad alcune derive idealiste, secondo cui esista un “criterio di bellezza”.
    Il concorso di Miss Universo è un ente sociale, ossia è ontologicamente determinato dalla applicazione di alcune regole costitutive che gli organizzatori hanno stabilito ed il pubblico ha accettato. La vincitrice, dunque, è eletta a maggioranza, il che implica che alcuni giudici le abbiano votato contro, così come parte del pubblico a casa. Inoltre, NON è vero che un corpo atletico è SEMPRE bello: ho idea infatti che in pochi trovino irrinunciabili le bodybuilders professioniste, il cui fisico è atletico e nel contempo adatto a difendere la prole dalle fiere che popolavano il Paleolitico. Al contrario, in alcuni paesi arabi con buona probabilità una donna della stazza di Giuliano Ferrara vale 200 cammelli, mentre in Cile l’ex calciatore Ivan Zamorano rappresenta un modello di bellezza maschile.
    Questo per dire che i criteri estetici sono in larga misura popolazione-dipendenti, oltre che, ovviamente, soggettivi. Inoltre, non è detto che i criteri estetici del contemporaneo “Mediacene” ricalchino quelli originari.
    Il punto è che per me ognuno di noi valuta i criteri estetici sulla base della sua configurazione cerebrale, ma sempre in relazione ad un qualche ruolo adattativo. Nel Paleolitico qualcuno preferiva le donne più atletiche perchè dava maggiore importanza alla fuga e alla difesa dei figli dalle prede, qualcun altro sceglieva le rotondità per altri motivi, una popolazione faceva in un modo, un’altra aveva preferenze diverse. Ad oggi la storia cambia solo nella forma: si sceglie in base ai criteri lanciati dai media, perchè quelli rappresentano il “top” (e da qui la storia delle ragazze anoressiche).
    Ognuno valuta in base a criteri personali, di cui la personale Miss Universo è la combinazione perfetta, mentre la donna della propria vita probabilmente è un compromesso accettabile (salvo sposare la Miss Universo preferita).
    Ma, in tutto questo, il soggetto valuta sempre sulla base dei parametri estetici che preferisce, o, in altre parole, sulla base di quei criteri che rendono una donna sessualmente appetibile. La donna ideale è semplicemente una versione quantitativamente perfetta dei parametri qualitativi cui diamo preferenza nell’approcciare ad una donna. Non esiste dunque una reale differenza tra criteri estetici e scelta sessuale dunque.
    Ancora, ponendoci in un’ottica radicalmente dawkinsiana (autore, Richard Dawkins, che io apprezzo nella sua versione non radicale), sono i geni e non gli organismi a scegliere i propri partner. Quindi, se le cose stanno così, anche la distinzione tra selezione sessuale e selezione naturale tenderebbe a sparire.
    Tornando al criterio estetico dunque, credo che la selezione naturale faccia in modo che chiunque sia dotato di un corredo genico di un certo tipo, che influenza la sua struttura cerebrale, che influenza il suo modo di scegliere il partner, cioè i suoi criteri di scelta. Se uno sceglie una donna troppo magra per l’ambiente in cui si trova, ecco che rischierà di avere un prole poco robusta, la sua linea dunque potrebbe estinguersi, ed in questo modo i suoi geni andrebbero a sparire. La selezione naturale andrebbe così a premiare i criteri estetici più adatti, motivo per cui Miss Universo appare sia atletica che femminile e la maggior parte di noi concorda su questo punto.
    Per l’antropologo, dunque, il criterio estetico potrebbe essere considerato semplicemente questo: una fotografia del fenotipo mediamente più amato dai maschi mondiali. Ciò naturalmente non implica in nessun modo l’esistenza di una bellezza oggettiva ed ecco perchè non ho mai capito che cosa si intende quando si parla del “Bello”.

    2) ASTRAZIONE:

    Come prima cosa ti invito con simpatia a prestare attenzione agli “accordi”. Io, pensando alla storia delle neuroscienze (vedasi la scoperta della Acetilcolina), così come alle parole di Thomas Kuhn, ho sviluppato una sorta di timore per la parola “accordo”.

    L’idea che ragionamenti astratti siano indipendenti dal linguaggio è senza dubbio veritiera, anche se bisogna specificare ciò che si intende per “astrazione”. Esiste un corpo notevole di evidenze che mostrano come specie non umane siano capaci di acquisire concetti astratti. Fino a prova contraria, anche un ratto può ragionare in termini astratti qualora si utilizzino paradigmi adatti al sistema nervoso di questo animale. Il dilemma è proprio qui: che differenza c’è tra la realtà astratta che manipola un ratto, un macaco, Kanzi, un Neandertal e uno di noi? Anche in questo caso, idee che mostrano direzionalità cronologiche o che ragionano in termini di sottrazioni sulla mente dei moderni mi sembrano poco efficaci.
    Secondo me l’approccio che meglio funziona è un sistema ibrido tra olismo e riduzionismo: quello del network di interazioni.

    3) NEANDERTHAL:

    Per tentare di rispondere alla tua domanda qui non si può che guardare al record archeologico. Posto che non sono a conoscenza dell’esistenza del ritualismo funebre cui fai riferimento, il quale semplicemente demolirebbe la teoria del “sè autonoetico” come esclusiva di Hs (Wynn & Coolidge, Malafouris, ecc…) possiamo osservare la loro tecnologia e ricavarne delle informazioni sull’evoluzione cognitiva. Il punto è che la variabilità tecnologica è troppo ridotta per indurre a pensare ad una manipolazione astratta delle categorie artefattuali. C’è un aumento di complessità dell’industria litica, ma questa potrebbe, diciamo, essere semplicemente la versione dell’acheleuano scalata in base alla loro taglia cerebrale: una sorta di allometria del comportamento tecnico. Se poi parliamo di metacognizione ed ontologie sociali, allora è peggio che andar di notte. I dati pubblicati da Emiliano sui lobi parietali secondo me escludono la possibilità che questa specie potesse creare enti sociali che necessitassero l’accettazione di regole costitutive astratte. Es: la moneta è quell’ente che tutti considerano essere sostitutivo dell’oro, sulla base di regole costitutive condivise e che un banchiere in questo momento sta mantenendo in una cassa e di cui si fa garante del valore. Secondo me questa frase è già difficile da capire per noi moderni figuriamoci dunque per un povero Neandertaliano… E’ vero che per sapere che cosa sia la moneta non ne devo conoscere la definizione, ma il problema qui è nell’espressione iniziale: “conoscere che cosa sia la moneta”.

  5. [...] senza rappresentazioni mentali, cosí come quella di un uomo primitivo di immaginare e produrre figure teriantropiche. Ció che non é chiaro, almeno per quanto mi riguarda, é il motivo per cui dovremmo investire [...]

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