Una nuova rielaborazione statistica di dati su encefalizzazione e volumi cerebrali evidenzia come la nostra specie ha una dimensione delle aree frontali prevista in accordo alle regole di scala dei primati. Il risultato viene preso come ulteriore indicazione sulla mancanza di cambi specifici delle aree frontali nell’evoluzione cerebrale di Homo sapiens. Per un secolo libri e riviste, di settore come di divulgazione, hanno affermato che le aree frontali erano altamente specializzate nell’uomo moderno, e che le evidenze evoluzionistiche fornivano una prova incondizionata di questo cambio. Essendo aree associate a funzioni complesse come linguaggio o senso morale, doveva essere così. E si dava tanto per dovuto che le affermazioni non erano mai seguite da fonti, dati, o citazioni dell’evidenza che, di fatto, non c’era. Poi sono andati a misurare, solo una decina di anni fa, e si sono accorti che questi lobi frontali avevano una dimensione proporzionale alle dimensioni del cervello, attesa secondo gli schemi comuni a tutti i primati. Grandi si, ma perché tutto il cervello era più grande. Cercando e ricercando allora si è trovato che però quello che era aumentato al di fuori degli schemi erano le connessioni neurali. Ovvero lobi frontali di una dimensione non inaspettata per le dimensioni del cervello, ma molto più collegati. Questa nuova rivisitazione dei dati volumetrici pone in dubbio anche questa seconda chance. Sembrerebbe infatti che nei lobi frontali umani nessuna caratteristica volumetrica, nemmeno il grado di connettività, salti statisticamente al di fuori dei valori attesi per gli altri primati. Personalmente trovo utile arginare un secolo di affermazioni eclatanti (e senza nessuna prova) con dei dati quantitativi. A questo punto possiamo affermare che, se ci sono differenze nei nostri lobi frontali, non sono affatto evidenti. Certo, nemmeno bisogna adesso esagerare nel senso opposto, prendendo per buona l’assenza dell’evidenza. Il fatto che non ci siano differenze nei volumi non vuol dire che non ci possano essere differenze che non sono di natura dimensionale, come per esempio nella biochimica e nella fisiologia. E anche a livello morfologico, il fatto che non si trovino differenze chiare a livello di volumi neurali non vuol dire che non ce ne siano di più sottili e ben nascoste. Inoltre, anche se il volume dei nostri lobi frontali è quello atteso per la nostra capacità cerebrale, ciò non toglie che siano tre volte più grandi, in termini assoluti, di quelli di una scimmia antropomorfa. E questo potrebbe comunque ben avere la sua rilevanza. Infine, se un valore non passa una soglia statistica non vuol dire che per questo non abbia una importanza biologica. Di fatto in questa analisi i livelli di connettività dell’uomo sono comunque molto maggiori dell’atteso, anche se non fanno breccia nella significatività del calcolo probabilistico. Tra le attenzioni che bisogna avere leggendo questi risultati faccio notare due caratteristiche. La prima, più leggera, rimonta alle dinamiche deprecabili delle riviste scientifiche. Il lavoro è pubblicato su PNAS, dove non è infrequente trovare editori di una articolo che sono allo stesso tempo autori o tutori degli autori dello stesso lavoro. In questo caso il tema è più sottile: l’articolo in questione da forza alla tesi di un altro autore, che è … l’editore! Il secondo punto è più preoccupante: sebbene nell’articolo si parla continuamente di evoluzione della forma cerebrale, evoluzione delle dimensioni cerebrali, e evoluzione delle aree frontali, non viene citato nemmeno un dato paleontologico. Semplicemente, i dati paleontologici su forma e dimensione dell’encefalo e dei lobi frontali nell’evoluzione degli ominidi vengono omessi, ignorati. Come se non fosse stato mai pubblicato nulla sull’argomento. La letteratura paleontologica e paleoneurologica non viene ancora ammessa alla supposta tavola alta dell’evoluzione. Anche se in questo caso la falla è particolarmente evidente (tanto da divenire ridicola) è questa una posizione purtroppo comunemente assunta e abbastanza ricorrente nella maggior parte dei settori neurobiologici. La cosa è ancora più goffa considerando che, a livello biometrico, le neuroscienze sono ancora molto radicate in metodi statistici di base, molto semplici e scarsamente potenti, fondati soprattutto su misure di dimensione, mentre l’antropologia, la paleontologia, e la primatologia stanno da tempo utilizzando tecniche di analisi e di modellizzazione anatomica molto più complesse e sofisticate. A volte sembra che alla tavola alta si stiano litigando le briciole, senza accorgersi che la parte prelibata del banchetto è finita sotto la sedia.
E Bruner








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