The Pretender

•luglio 18, 2014 • 2 commenti

The Scars of the BattleLa sindrome di Asperger ad oggi viene interpretata come una variante dell’autismo, in particolare un autismo senza ritardo cognitivo. Definizioni a parte, ci sono ben poche certezze nei processi coinvolti e nell’interpretazione delle loro conseguenze. L’autismo stesso rappresenta solamente una definizione operativa necessaria a raggruppare situazioni molto differenti e poco chiare, che probabilmente non sono il risultato degli stessi fattori e delle stesse dinamiche. Si mette tutto in una stessa cesta per ragioni pragmatiche in nome di alcuni apparenti minimi comun denominatori, ma si sa che è un rischio classificare in funzione dei risultati e non dei processi, attualmente ancora ignoti. La sindrome di Asperger, nelle sue molteplici varietà e diversi gradi di espressione, si associa sopratutto a una disconnessione tra regole interne e regole esterne. La persona non comprende gli altri, le loro azioni, le loro relazioni, le loro aspettative. La conseguenza è un isolamento estremo, una chiusura in se stessi aggravata dalla consapevolezza di non sapere e di non poter interagire correttamente, consapevolezza che si trasforma in rinuncia. Alle difficoltà cognitive si aggiunge quindi uno stato di devastante repressione sociale e comportamentale, che alla fine genera un cocktail difficilmente gestibile di fattori psicologici e neurologici. Non si conoscono le cause che producono il substrato organico e le conseguenze cognitive, ma i numeri sono in aumento. Si esclude che questo si debba a un miglioramento diagnostico, e si sospetta che l’incremento dell’autismo possa essere associato alla maggior diffusione di stimoli scatenanti (come quelli visivi, che nell’era dell’immagine caratterizzano sempre di più la nostra cultura percettiva). L’autistico cosciente della propria condizione ha solo una possibilità di migliorare la sua situazione: simulare un comportamento normale, accettato e riconosciuto dagli standard sociali. Temple Grandin, esempio illuminante di Oliver Sacks nel suo “Un Antropologo su Marte“, ottiene un successo sociale e professionale simulando, al momento di interagire con gli altri, quel mondo incompreso e quelle regole per lei insensate che la società ha stabilito essere la norma. Poi però i problemi li risolve “a modo suo“, e di qui il successo. E’ frequente che i genitori vedano diagnosticata a loro stessi la sindrome di Asperger quando portano i figli a un centro specializzato per un controllo richiesto dal pediatra. Quanti sono quelli che simulano? Quanti quelli che forse nemmeno sanno di simulare? La sindrome di Asperger in teoria non è una patologia: che si sappia non danneggia nessun organo, nessuna funzione vitale, non lesiona tessuti, non crea danni metabolici o biochimici. Allora non è una malattia, ma una forma differente di vedere il mondo. Chi controlla il suo autismo non solo si mimetizza, ma a volte ne sfrutta alcuni frequenti vantaggi: elevati quozienti intellettivi, capacità sensoriali superiori alla media, capacità mnemoniche e sintetiche a volte eccezionali. Alcune imprese private stanno iniziando a valutare l’integrazione specifica di persone con sindrome di Asperger per determinati scopi tecnici, soprattutto in ambito informatico. Per chi lavora con questi “pazienti” a livello neurologico, psicologico, o pedagogico,  la notizia rappresenta un eccellente passo in avanti verso l’integrazione della loro diversità. Ma allo stesso tempo un’ottica di antropologia sociale può mettere all’erta sui possibili rischi di un mero sfruttamento della diversità, alla ricerca dell’impiegato modello che lavora come un robot e senza mai lamentarsi. L’autismo è un fenomeno eccezionale, una possibile finestra su un mondo differente di regole che non conosciamo e che nemmeno immaginiamo. Rappresenta allo stesso tempo una seria responsabilità sociale e una enorme opportunità scientifica. Viviamo in un momento dove per lo meno cominciamo a essere disposti ad accettare e a capire la diversità. Ma non abbiamo ancora la minima idea sul come farlo.

E Bruner

Emersione

•luglio 14, 2014 • 2 commenti

ingSi é da poco conclusa la workshop internazionale CogEvo 2014, tenutasi presso il polo di Rovereto dell´università di Trento (qui la brochure dell´evento ed in particolare la lista degli organizzatori, che ringrazio). La workshop, dedicata quest´anno al tema dell´evoluzione della cognizione sociale, ha visto susseguirsi una serie di interventi focalizzati principalmente nei domini della psicologia animale e dello sviluppo umano (qui la lista dei talk con relativi abstract). Il risultato é stato un produttivo scambio culturale tra discipline che spesso e purtroppo risultano troppo distanti, rendendo la prima autoreferenziale e la seconda isolata. Tramite il sottoscritto, anche l´archeologia cognitiva, nella sua versione analitica, ha fatto la sua comparsa dalle nostre parti, con un poster sugli ornamenti arcaici discusso nella apposita sessione. Nel poster ho illustrato il mio argomento radicale incorporato contro la necessità di teoria della mente nella produzione di ornamenti primitivi. Alcune osservazioni personali sull´esito di questa presentazione:

1) Il poster ha riscosso un successo inimmaginabile. Dato il suo carattere multidisciplinare e nel contempo teorico, l´argomento trattato ha sollevato numerosi spunti in epistemologia, scienze cognitive, psicologia comparata, sviluppo umano, neurobiologia, fenomenologia, neuroestetica, antropologia e chiaramente archeologia. Insomma, é uscito fuori di tutto, con molti commenti costruttivi e qualche critica da accomodare. Ringrazio davvero tutti i presenti per questo. Ció che emerge é che i temi teorici di questo tipo coinvolgono, uniscono, sviluppano spirito dialettico e spingono le persone a mettersi in gioco.

2) Il successo é stato inaspettato poiché si trattava di un argomento teorico che andava ad inserirsi in un contesto a maggioranza “sperimentale”. La commistione tra questi due ambiti in genere provoca scintille, ma questa volta NON é andata cosí. Al momento, la mia esperienza personale dice che il campo in cui l´archeologia cognitiva fatica di piú ad adattarsi é proprio quello delle scienze archeologiche. Sarebbe utile chiedersi il perché di ció.

3) Permane al contrario una certa diffidenza nei confronti della filosofia in ambito scientifico. Tutto ció deriva dall´idea che la filosofia analitica sia comunque condannata a produrre mere possibilitá logiche, che poi ognuno sceglie come fossero semplici opinioni. Non funziona cosí, o meglio non dovrebbe, in quanto la filosofia analitica mira a dimostrare che una certa visione del mondo X é superiore agli argomenti alternativi Y e Z. Adotta cioé una logica “scientifica” per minare la validitá di argomenti implausibili. Il fatto che questa idea faccia fatica a passare implica un problema nella comunicazione tra il dominio scientifico e quello filosofico. Bisognerebbe capire dove in effetti si localizzi il problema.

4) L´embodiment radicale continua a dividere le “coscienze”. Se da un lato registro una inaspettata simpatia per le teorie di origine ecologica, alcune persone hanno difficoltá ad abbandonare l´idea che il cervello manipoli rappresentazioni del mondo esterno. In parte distruttiva, il problema che grava sulle rappresentazioni mentali non é percepito, oppure é accettato come irrisolvibile. In parte costruttiva, l´idea che la percezione di un cerchio sia costituita dalla conoscenza di come il cerchio vari in seguito alla nostra azione su di esso é cosa estremamente controintuitiva e accolta come una sorta di teoria “mistica”. Nonostante le basi dell´enattivismo siano state gettate un decennio fa siamo ancora molto lontani da una conoscenza mainstream di questi fondamenti teorici. Il rischio é che la cosiddetta “aria di rivoluzione” di cui parlano gli enattivisti esista solo nelle cerchie ristrette degli addetti ai lavori. Vedremo.

D Garofoli

Illustr.: Fortunato Depero. Iride nucleare di gallo – 1950, olio su tavola. (Assolutamente da non perdere la Casa d´arte futurista Depero presso Rovereto (n.d. DG)).

Human Paleoneurology

•luglio 2, 2014 • Lascia un commento

Human Paleoneurology 2014Nella serie Springer in Bio-/Neuroinformatics è stato appena pubblicato un volume intitolato “Human Paleoneurology“, in cui abbiamo raccolto articoli di revisione su temi associati all’evoluzione cerebrale. Come dice sempre Ralph Holloway, un calco endocranico sarà poca cosa, ma è davvero l’unica evidenza diretta che abbiamo dell’evoluzione del cervello. Nel libro ci sono molte informazioni metodologiche, su anatomia digitale e morfometria computerizzata. Ci sono poi le parti dedicate all’evoluzione umana, alla paleoantropologia, e alla craniologia funzionale. Si passa infine agli aspetti multidisciplinari dell’archeologia cognitiva e della neuroarcheologia. Il libro è pensato come strumento didattico, per integrare corsi e lezioni, e per dare una prospettiva generale a chi si vuole avvicinare alla paleoneurologia, facendosi una idea delle tematiche e delle problematiche attuali. Ecco un indice dei capitoli e degli autori: 1. Paleoneurology resurgent! (Ralph Holloway, Columbia University); 2. Neuroscience and human brain evolution (Laura Reyes and Chet Sherwood, The George Washington University); 3. Computed tools for paleoneurology (Philipp Gunz, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology); 4. Functional craniology and brain evolution (Emiliano Bruner, Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana); 5. Human brain evolution: ontogeny and phylogeny (Simon Neubauer, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology); 6. Paleoneurology and behaviour (Natalie Uomini, University of Liverpool); 7. Neuroarchaeology (Dietrich Stout and Erin Hecht, Emory University); 8. Cognitive archaeology and the cognitive sciences (Frederick Coolidge, Thomas Wynn, Karenleigh Overmann, and James Hicks, University of Colorado, Colorado Springs); 9. Techniques for studying brain structure and function (Erin Hecht and Dietrich Stout, Emory University); 10. A digital collection of hominoid endocasts (José Manuel de la Cuétara, Universidad Autónoma de Madrid). Lo trovate sul sito della Springer e su Amazon.

 E Bruner

 

Scienzaperta

•giugno 19, 2014 • Lascia un commento

Scienza e Società 2014La rivista “Scienza e Società” del Centro Pristem dell’Universitá Bocconi ha pubblicato un volume dedicato a Open Science, con contributi sia su temi teorici che pragmatici e legali. La scienza aperta appare oggi una necessità, sia perché i mezzi lo permettono, sia perché i cambiamenti lo richiedono. La scienza come processo sociale condiviso, comunicare tutto a tutti, come sottolinea Pietro Greco, che aggiunge un dato realmente importante per capire alcuni fattori fondamentali del cambio: in un secolo il pianeta è passato dall’avere 80.000 ricercatori ad averne 7 milioni. Nel mentre, si passa da una scienza prevalentemente finanziata dai governi a una ricerca prevalentemente finanziata dai privati. Questi due fattori da soli, massificazione e privatizzazione, richiedono una seria riconsiderazione di tutto processo scientifico. La  ricerca diventa cosa pubblica a livello di professione, e cosa privata a livello di sponsor. Entrambe le cose hanno dei vantaggi, ma quello che a me preoccupa sono i pericoli. L’introduzione dei vincoli e dei limiti sociali da un lato, e di quelli del mercato dall’altro, possono generare contraddizioni, eccessi, abusi, e illeciti di ogni tipo. La ricerca scientifica dovrebbe essere di fatto indipendente dalle influenze economiche e politiche, ed entrambi questi fattori invece vanno nella direzione contraria. Una indipendenza totale è senz’altro utopica, ma non per questo bisogna lanciarsi verso l’estremo opposto. Quindi da un lato dobbiamo porci alcune serie questioni morali e epistemologiche, dall’altro dobbiamo prendere decisioni pragmatiche per minimizzare i danni e ottimizzare i vantaggi. Il tutto ricordando un concetto fondamentale, che forse come italiani possiamo capire meglio di altri: non importa la legge o la regola, ma come si gestisce il processo. Troppe volte abbiamo visto una regolamentazione ottima resa pessima dalla corruzione e dalla pecioneria, così come abbiamo visto pessime riforme funzionare bene grazie a chi sapeva lavorare con competenza e responsabilità, utilizzando adeguatamente le risorse. Così è la “scienza aperta”: non è tanto importante tirare fuori buone regole e nobili propositi, quanto sapere e volere operare secondo quei criteri di logica, rispetto, e professionalità, che sono necessari a far funzionare qualsiasi contesto. L’unica regola davvero necessaria è la sensatezza.

E Bruner

***

Per quello che ho capito la rivista non ha formato digitale,  ed è disponibile solo dietro richiesta, per fascicolo o per abbonamento, all’Università Bocconi. Un pó strano per una rivista che affronti questi temi, ma questo è. Su questi argomenti vi ricordo anche questi altri post, su scienza, divulgazione, impresa, e ricerca.

La terza mano

•giugno 4, 2014 • 5 commenti

MC Escher (revised)La teoria della mente estesa propone che i livelli cognitivi si organizzino su una integrazione tra cervello e ambiente, mediata direttamente e attivamente dall’esperienza dell’interfaccia: il corpo. Sebbene tutto il corpo possa essere mediatore, le due “porte seriali” principali sono l’occhio e la mano. Nei primati (e soprattutto nel genere umano il mondo entra nel cervello soprattutto attraverso l’occhio, e il cervello interagisce col mondo soprattutto attraverso la mano. Interessante notare che la nostra specie si caratterizza a livello di geometria cerebrale proprio per un aumento delle aree parietali profonde, particolarmente dedicate all’integrazione visuo-spaziale, alla gestione del sistema occhio-mano, e all’integrazione di tutto questo con la memoria e con le funzioni esecutive delle aree frontali. Ebbene, ai neandertaliani e ai loro predecessori il sistema occhio-mano non bastava, e integravano con un elemento ulteriore: la bocca. Lo sappiamo dalle strie che questo tipo di attività ha lasciato sui loro denti. In queste forme umane l’utilizzo dei denti come supporto alla prassi era attività comune. Nei cacciatori-raccoglitori moderni questo comportamento è presente, ma molto meno frequente. Insieme a Marina Lozano dell’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana e Evoluzione Sociale (IPHES) proponiamo una interpretazione di questa evidenza paleoantropologica alla luce delle ipotesi sulla mente estesa, pubblicata e discussa in un forum del Journal of Anthropological Sciences. Considerando il corpo come interfaccia per estendere la mente, considerando che i neandertaliani non presentano le stesse variazioni delle aree parietali descritte per la nostra specie, considerando che il sistema occhio-mano è il centro dello scambio, e che la bocca è un organo sensibile, delicato, e importante per altre funzioni, ci possiamo porre la domanda di quanto questo comportamento sia libera decisione e quanto soluzione rimediaticcia a livello evolutivo. Quello che proponiamo è un “mismatch” tra substrato biologico e substrato culturale, ovvero tra il sistema neurale dei neandertaliani e quello comportamentale. Sappiamo che l’evoluzione biologica e quella culturale non sempre vanno di pari passo, e le autocatalisi possono generare disarmonie e battimenti nei processi. Potremmo quindi interpretare la necessità di utilizzare i denti per la manipolazione (scelta rischiosa e estrema) come una insufficienza del sistema neurale e sensoriale di integrazione visuo-spaziale e di gestione del sistema occhio-mano in qualità di interfaccia. Ovvero, una cultura che accelera eccessivamente e che non si integra bene con il sistema di relazione dell’interfaccia-corpo, a livello centrale (cervello) o a livello periferico (integrazione sensoriale). Attenzione, che non siamo di fronte a un classico dell’evoluzione progressiva fatta di passi intermedi. Una dissociazione tra cultura e biologia nelle popolazioni neandertaliane non deve interpretarsi come fase di passaggio verso l’uomo moderno, ma come una circostanza vincolata e puntuale che, non possiamo far finta di non saperlo, sembrerebbe associata a un binario alternativo e decisamente estinto del genere umano.

L’articolo è stato commentato in un forum da diversi autori. Lambros Malafouris sottolinea che tutto il corpo è interfaccia, e magari non dobbiamo dare troppa importanza al sistema occhio-mano. Ognuno sceglie le sue forme e i suoi modi di relazionarsi fisicamente con l’ambiente. Marco Langbroek va oltre, proponendo polemicamente che addirittura forse siamo noi che lo facciamo male, avendo un sistema sensoriale e cognitivo ancorato e limitato da necessità visuali. Magari i Neandertaliani dominavano il loro mondo senza aver bisogno di fare segnacci sulle pareti delle grotte, ed erano talmente abili da poter incrementare la loro interfaccia corporea con i denti senza sfondarsi la bocca. Thomas Wynn è scettico, non crede che l’evidenza paleontologica possa realmente indagare i processi visuo-spaziali, che inoltre secondo lui si sono evoluti ben prima della separazione tra umani moderni e neandertaliani. Fred Coolidge coincide nel dare importanza alle aree parietali, ma vede l’integrazione visuo-spaziale come conseguenza secondaria rispetto a funzioni più centrali quali le capacità numeriche e la coscienza autonoetica. Manuel Martín-Loeches aggiunge un fattore importante a questa nostra ipotesi: il sistema corticospinale e il controllo motorio.

Sarà interessante studiare quelle popolazioni arcaiche di Homo sapiens che condividevano con i Neandertaliani l’industria musteriana, le differenze anatomiche di dettaglio nella gestione della mano, o le differenze funzionali e culturali nell’uso dei denti come integrazione alla prassi nelle popolazioni attuali di cacciatori raccoglitori. Certo, come sempre le teorie in archeologia cognitiva non si possono verificare più di tanto. Ma se si integrano evidenze incrociate (come in questo caso tra paleoneurologia, antropologia dentale, archeologia, e scienze cognitive) si possono proporre nuove direzioni. E in questo caso c’è comunque una possibilità di verifica almeno parziale: cercare in queste forme estinte altre evidenze delle loro capacità di integrazione visuo-spaziale, e delle loro possibilità di estendere la mente.

E Bruner

Singolaritá illusoria

•maggio 22, 2014 • Lascia un commento

traPer singolaritá si intende una condizione in cui le macchine diventano indistinguibili dagli esseri umani, nel senso che esse possiedono una mente comparabile con quella umana. Nel libro Collapsing the singularity, Stephen Robbins offre una potente critica dei modelli tradizionali di intelligenza artificiale. Tali modelli mirano al raggiungimento della singolaritá mediante il potenziamento della capacitá computazionale di architetture simboliche (computer) o sub-simboliche (reti neurali). Secondo Robbins, i sostenitori di queste teorie di IA classica potrebbero non solo aver previsto tempi troppo brevi per la realizzazione della singolaritá mediante questo approccio. Piú radicalmente, argomenta l´autore, l´intero approccio potrebbe rivelarsi fallato, in quanto fondato sulla premessa erronea che la mente umana sia assimilabile ad un dispositivo che manipola rappresentazioni del mondo esterno. Robbins combina cosí principi di psicologia ecologica e teoria del tempo bergsoniana per dimostrare che la mente non puó essere simulata da tali sistemi computazionali. Infatti, essendo prive della percezione diretta degli eventi nel loro carattere indivisibile e unitario nel tempo, le architetture simboliche o le reti neurali non possono realmente percepire il mondo. Al massimo, possono connettere stimoli raccolti nel mondo a categorie impostate a priori dai loro programmatori. Ma questa non é percezione, é solo un esercizio di connessione semantica che viene deciso a priori da un programmatore. Il movimento di una persona che avanza nello spazio, per esempio, é percepito da un essere umano come un evento unitario nel tempo, sfruttando il progressivo aumento della figura che incede verso di noi, secondo leggi invarianti. Un computer, al contrario, non percepisce un evento, ma migliaia di fotogrammi separati che sono connessi ad una categoria di “movimento” da un algoritmo impostato dal programmatore. Il libro rappresenta dunque anche un argomento piú generale contro il cognitivismo classico, mettendo in luce le sue inevitabili derive omuncolariste. Applicando il modello di AI classica alla mente umana, si pone il problema di spiegare chi sia il programmatore che impone categorie aprioristiche alla realtá. Allo stesso tempo, il libro rappresenta un importante contributo nel campo emergente delle scienze cognitive incorporate radicali, affrontando probabilmente il punto piú dolente di ogni approccio anti-rapresentazionalista che si rispetti e cioé la memoria. Robbins cerca cosí di spiegare che anche processi come il riconoscimento di oggetti nel mondo, ritenuti da sempre il vero incubo dei modelli radicali, possa avvenire senza il coinvolgimento di rappresentazioni mentali imposte alla realtá.

L´unico punto dolente del libro, a mio modo di vedere, é nella parte finale, che ha a che vedere con la relazione tra l´evoluzione e l´IA. In primo luogo, l´autore critica il tentativo, da parte dei sostenitori dell´IA classica, di utilizzare l´evoluzione come un grande programmatore. Secondo questa ipotesi, le categorie semantiche vengono collegate ai simboli che le manipolano dalla selezione naturale, che assume cosí il ruolo del misterioso programmatore che manca alla mente umana e dá senso ai simboli che il cervello manipola (come faccia, peró, non é dato sapere). Allo stesso tempo, peró, l´autore dedica una sezione finale al problema opposto, criticando una visione dell´evoluzione meccanicista, secondo cui l´evoluzione é governata da una grande IA computazionale che lavora con algoritmi di selezione. Se l´evoluzione non é una grande IA, peró, si apre la possibilitá che l´universo abbia coscienza e che dunque l´evoluzione degli organismi sia risultato di un processo cosciente. Senza uno sviluppo accurato, tuttavia, é chiaro che questa critica puó aprire alle numerose insidie dell´intelligent design. Anche la posizione bergsoniana (che l´autore implicatamente assume), secondo cui l´universo ha coscienza senza finalismo, apparirebbe estremamente controversa a molti ricercatori. Tali tematiche appaiono comunque non necessarie per i problemi di filosofia della mente trattati nel libro, che restano validi. A fronte di questo, c´é da chiedersi il perché siano state cosí fugacemente introdotte, dato il loro carattere estremamente controverso.

D Garofoli

Evoluzione autopoietica

•maggio 5, 2014 • 3 commenti

The 10000 year explosion é un libro che induce a riflettere. Di fronte allo sviluppo di nuove e dilaganti correnti di pensiero sull’unitá psichica di tutti gli esseri umani moderni e alla nascita di teorie estreme che includono in questa uniformitá collettiva anche i Neanderthal, resta da capire perché un libro di questo tipo sia stato completamente ignorato dai sostenitori di tali modelli. La tesi difesa da Cochran e Harpending costituisce un contro-argomento radicale rispetto all’ipotesi dell’equivalenza cognitiva. Gli autori, infatti, non solo sostengono che l’evoluzione genetica abbia giocato un ruolo cruciale nell’emersione degli esseri umani moderni e che sia dunque necessaria per spiegare la rivoluzione tecnologica del Paleolitico superiore (tesi di Richard Klein e Wynn & Coolidge). Allo stesso tempo, essi sostengono che l’evoluzione biologica umana non si sia mai fermata e che la selezione di alleli favorevoli, che massimizzano cioé la fitness darwiniana, abbia subito addirittura una drastica accelerazione negli ultimi 10000 anni. La tesi é sostenuta su due fronti. Al livello teorico, gli autori fanno un grande lavoro per dimostrare il seguente punto. Se la pressione selettiva diventa enorme e le popolazioni che si riproducono diventano limitate, una variante allelica che produce vantaggio riproduttivo può diffondersi in tempi relativamente brevi e diventare predominante. Secondo gli autori, il progressivo sviluppo di una cultura umana sempre piú complessa produce nuovi problemi e nuove nicchie ecologiche, con alte pressioni selettive che richiedono nuovi adattamenti. Nel contempo, la gerarchizzazione della societá rende il flusso genico intra-popolazione vincolato, mentre viaggi, conquiste e colonizzazioni consentono di esportare le varianti alleliche vantaggiose a nuove popolazioni. Tali alleli possono dunque influenzare innumerevoli aspetti degli esseri umani, inclusi quelli che alterano le proprietá del sistema nervoso centrale, che esercita effetti su processi cognitivi e personalitá. In secondo luogo, al livello empirico gli autori mostrano evidenze genetiche basate su analisi di linkage e conservazione di frammenti allelici recenti (vedi anche Hawkes et al. 2007). In altre parole, se una mutazione è emersa di recente, il frammento di DNA circostante alla mutazione ha molte probabilitá di essere conservato e poco soggetto a ricombinazione, vista la giovane etá del gene mutante. Se questa giovane mutazione risulta tuttavia essere anche molto diffusa nella popolazione sotto esame, ció induce a pensare che essa sia anche estremamente vantaggiosa. Si puó dunque concludere che la mutazione sia esplosa di recente prima che il locus genico fosse ricombinato. Gli autori discutono vari casi di recente emergenza di alleli vantaggiosi nel breve termine, sostenendo dunque la validitá empirica della loro tesi. Il caso emblematico che collega la componente teorica e quella empirica del libro é quello degli ebrei Ashkenazi, un gruppo etnico impiantato in Europa da secoli, il cui QI sembra ad oggi essere superiore alla media. Dopo analisi piú approfondita, gli autori argomentano che tale popolazione fosse soggetta a forte selezione per geni coinvolti nella cognizione. Infatti, membri di tale popolazione erano generalmente coinvolti in mansioni legate ad economia, finanza, prestiti, etc. Allo stesso tempo, gli Ashkenazi erano costretti per vincoli culturali ad evitare matrimoni misti, limitando così il flusso genico e velocizzando cosí il diffondersi di eventuali mutazioni favorevoli, mentre il successo degli individui era chiaramente collegato alle performance lavorative nel settore dei prestiti. Il tutto dunque poneva una forte pressione selettiva su geni cognitivi, che si manifesta ad oggi nella presenza di una variante allelica che potenzia la ricchezza delle arborizzazioni sinaptiche e che é di recente evoluzione. Queste evidenze sembrano dunque giustificare l’aumento del QI negli Ashkenazi e supportare la tesi degli autori: ovvero che la cultura é un potente motore della evoluzione genetica e che persino le grandi rivoluzioni dell’epoca moderna potrebbero essere state supportate da una base di evoluzione genetica. Se tutto ció é vero per quanto riguarda gli ultimi 10000 anni, appare dunque estremamente difficile pensare che gli uomini moderni non abbiano visto alcuna variazione genetica nei precedenti 150000 anni. Cosí come appare implausibile che i Nenaderthal siano stati cognitivamente equivalenti ai moderni. Se tutto questo é vero.

D Garofoli

Immagine: Franco Castelluccio fine art: The double helix.

 
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